Ci saranno le nuove generazioni nate qui e quelle della diaspora con gli occhi sempre rivolti al Paese di origine. Ambasciatori, intellettuali, ministri africani. E imprenditori. La prima assemblea dell'Unione delle comunità africane d'Italia si terrà dopodomani, sabato 29 settembre alle 9,30 all'Auditorium Testori di Palazzo Lombardia. Per promuovere l'autodeterminazione in Italia e creare il Rinascimento africano.

«Non sarà la fine della pacchia, ma del piagnisteo. Nessuno avrà più alibi come il colonialismo o il razzismo. Prenderemo la palla per diventare finalmente protagonisti». Otto Bitjoka spiega così nel promo di presentazione la sintesi di un evento da seguire con attenzione, sabato mattina, 29 settembre, all’Auditorium Testori di Palazzo Lombardia.

A Radici ha anticipato la sua visione che lo ha portato a diventare presidente dell’Ucai, Unione delle comunità africane d’Italia. Sulle note di I wanna back go back home, suonata dal sassofonista Renato Matarrese, si aprirà un convegno moderato dal giornalista Stefano Golfari. Un appuntamento per cercare di mettere sotto la stessa bandiera tutte le comunità africane d’Italia. Una vera bandiera che verrà mostrata sabato prossimo, 29 settembre all’Auditorium Testori di Palazzo Lombardia.

«La Costituzione prevede di garantire le minoranze etniche e religiose. Bisogna partire da lì per cambiare narrazione. I neri in Italia sono 700 mila, fra residenti e nuovi italiani. Perciò dovremo ragionare sulla nostra identità. Io sono afroitaliano, anzi afromilanese. Dobbiamo pensare alle nostre radici e portare la nostra esperienza e le nostre conoscenze nei Paesi di origine. Senza più pensare attraverso le vecchie categorie, gli orientamenti politici di destra o di sinistra. Oggi la differenza è marcata fra chi è globalista o sovranista. Punto», spiega a Radici l’ideatore di un progetto molto ambizioso, Otto Bitjoka. Imprenditore e intellettuale, nato in Camerun, sta cercando di creare una comunità africana che si ponga l’obiettivo della autodeterminazione. Con uno sguardo anche al business. Cioè alla massa critica costituita da tutti gli afroitaliani che hanno bisogno di servizi. E anche facendo quella che si chiama community building per creare i propri dirigenti. Una serie di workshop per trasmettere condividere conoscenze che possono servire a far crescere quello che lui chiama “Rinascimento africano”.

Restando a cavallo fra i Paesi africani che hanno bisogno di tutti gli emigrati per crescere e l’Italia, dove sono ancora visti come corpo estraneo perché non in grado di rappresentarsi. «Senza dimenticare le nostre radici, dobbiamo essere italiani a tutti gli effetti. E dire basta alla povertà intellettuale del dibattito sull’immigrazione». A Palazzo Lombardia si mostreranno dati, tendenze, ricerche sociali di Swg e una carta di valori. E poi anche la necessità di aiutarsi a casa propria, con una politica di formazione professionale sviluppata in Italia in collaborazione e in sinergia con gli Stati africani di provenienza che preveda il ritorno volontario di una quota di immigrati.

«Non sarà un movimento politico», precisa nella sua anticipazione dei contenuti dell’incontro di sabato 29, «ma semmai una lobby perché vogliamo contare di più. Il mio obiettivo è creare consapevolezza sulla nostra identità, che si può declinare in molti modi». Presente il governatore della Lombardia Attilio Fontana, si parlerà della rappresentazione di un modello organizzativo che non vuole essere l’associazionismo tradizionale del vogliamoci-tutti-bene. «Perché ormai la politica vive solo di propaganda. E invece sono le reti di interesse a risolvere i problemi».

Fra dibattiti e performance, alla fine ci sarà anche una commemorazione della tratta degli schiavi, questione che in Italia non è quasi mai posta al centro del background culturale e storico di tutti gli afroitaliani. Radici, comunità, lobby e uno sguardo al business fra l’Italia e l’Africa. Con un tentativo di coesione di una struttura che vuole essere intergenerazionale fra chi è nato e riscopre le proprie origini e la prima generazione della diaspora. Tutti sotto la stessa bandiera dell’Unione delle comunità africane d’Italia. E cercare la propria autodeterminazione senza passare dalla narrazione che vuole tutti i migranti vittime o una minaccia. Anche fra le nuove generazioni, che parlano solo italiano e non sono mai stati in Africa e ora stanno scoprendo di essere diversi solo perché neri. «Io voglio risvegliarli tutti, anche quelli che sono neri, ma non africani», annuncia con veemenza Bitjoka. E con una comunità forte alle spalle, questa è l’idea, per fare da ponte con l’Africa e il suo tentativo di Rinascimento. «Io sono italiano, ma antropologicamente africano». L’idea è semplice: basta con il teatrino delle salamelle, dei campi da calcio per profughi. Serve uno scarto narrativo che promuova la meritocrazia di tutti i neri, che devono avanzare per capacità e talenti. E far capire all’esterno (come prova a fare Radici) che si sta creando una nuova classe dirigente, che deve auto-rappresentarsi e auto-organizzarsi. Con una valenza antropologica, economica, meritocratica, e sociale. Ci riuscirà? Ancora non lo sappiamo, ma almeno qualcuno esce dal coro e noi seguiremo con attenzione gli sviluppi di questo progetto.

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Credits: radici.online

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