Nel long read di questa settimana si parla di mafia nigeriana. Anticipiamo un estratto di "Ascia nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana", edito per Fandango Libri: l'inchiesta dello scrittore e sociologo Leonardo Palmisano sulla Black Axe, dalle origini nell'Università di Benin City come confraternita, allo sfruttamento della prostituzione e al traffico di droga.

Leonardo Palmisano
Ascia nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana
(Fandango Libri, 2019)

Si chiama Ascia Nera o meglio ancora Black Axe. È nata negli anni Settanta all’Università di Benin City in Nigeria. All’inizio operava come confraternita di studenti, un po’ società di mutuo soccorso, un po’ associazione religiosa e molto come gang criminale. Ascia Nera ha anche un braccio legale con alla guida l’ingegner Felix Kupa, leader del Neo-Black Movement, che dalle università vorrebbe affrancare gli africani dal controllo economico operato da Europa e Nord America sul continente. Un sentimento lodevole, si capisce. Che negli anni si è perso però per strada. Ascia Nera, sbarcata in Europa e dunque pure in Italia, è diventata soprattutto una delle più potenti organizzazioni criminali che contende alle mafie locali sfruttamento della prostituzione e traffico di droga. Un’organizzazione di cui si sa ancora poco e che agisce sotto traccia. A Leonardo Palmisano, scrittore ed etnografo pugliese, autore di diversi libri dove racconta di migrazioni e criminalità organizzata, va il merito di aver scritto questo libro inchiesta avvincente come un romanzo, che svela per la prima volta il lato oscuro della mafia nigeriana. Tra gli allegati del libro anche un articolo pubblicato da Leonardo Palmisano sulla nostra testata il 31 ottobre 2018. Grazie all’autore e a Fandango Libri pubblichiamo un estratto del volume. Fabio Poletti

Secondo le Nazioni Unite si definisce Tratta: “Il reclutamento, il trasporto, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno,
abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento”.

Approfittando della crescita demografica e della conseguente miseria, è negli slum e nei sobborghi delle città nigeriane che l’NBM pratica lo sfruttamento organizzato della prostituzione e l’arruolamento coatto, talvolta schiavistico, dei picciotti per lo spaccio e degli assassini. Il sistema di reclutamento delle prostitute è semplice e consolidato.

L’organizzazione presta denaro alle famiglie delle ragazze. Quando le famiglie non sono in grado di onorare il debito, le ragazze finiscono nei bordelli. In altri casi le ragazze sono rapite o comperate. In altri casi ancora, vengono spontaneamente da condizioni di indigenza estrema. L’NBM apre bordelli, alberghi a ore e veri e propri mercati delle schiave, gestisce traffici di minorenni per altri mercati nel mondo.

Con il nuovo millennio, sull’onda della pressione migratoria, il movimento si è specializzato nella tratta che dall’Africa centrale raggiunge l’Europa, ma non ha tralasciato di penetrare in Asia, Nord America, Medio Oriente e Russia. Costruendo relazioni importanti con i gruppi mafiosi bianchi non più interessati a sviluppare questo genere di business. Come se ciò non bastasse, l’NBM adopera il web per promuovere la prostituzione. Vende ragazze sui portali africani per appuntamenti e intrattiene relazioni ambigue con i grandi social network e con i principali siti della pornografia gratuita. Basta, infatti, cercare assiduamente filmati riguardanti donne nere o prostitute nigeriane sul web o sui social per essere raggiunti via Messenger da finti profili che invitano esplicitamente a contattare delle prostitute nigeriane. Soltanto in Italia, la tratta delle nigeriane frutta circa mezzo miliardo di euro.

Ho imparato a morire

Cosa significa essere venduti? È una domanda che in pochi si fanno. Perché se una moltitudine si ponesse questo interrogativo interverrebbe, come risposta, l’evocazione della schiavitù. Il più grande olocausto della storia
umana. L’abisso dell’umanità. Il delta del fiume Niger è stato il ventre della schiavitù nera. Da lì sono partiti quindici, forse venti milioni di esseri umani destinati a ingrassare l’economia delle Americhe. La metà di essi è
morta durante il viaggio. L’altra metà è morta dentro per generazioni e generazioni. Fino a oggi e a domani.
“Siamo nate morte.”
“Cosa intendi dire?”
Mary è una maman. I giornali per pudore le chiamano maîtresse, ma sono delle pappone senza scrupoli ed esercitano una dominazione capillare dentro il sistema delle Asce Nere. Senza le maman non avremmo una tale distribuzione demografica del fenomeno.
“Guardati intorno”, dice aprendo le braccia dal basso verso l’alto. “Cosa vedi?”
“Il cielo, degli alberi, una roulotte”, siamo nella periferia romana.
“Nient’altro?”
“Vedo te.”
“No. Se guardi le mie braccia non vedi me. Vedi le mie braccia. Sai che sono viva perché le ho mosse. Hai visto le mie braccia che si muovevano, ma non hai visto me.”
Rifletto qualche secondo. C’è della logica in quello che dice, ma non l’afferro.
“Quindi?”, le domando.
“Quando ero con un cliente, lui non guardava me, ma il mio culo”, fa.
Che non passa inosservato.
“Vuoi dire che ti vedeva come una cosa.”
“Potevo anche essere morta, non gliene fregava, tanto c’era il mio culo.”
“Non ti chiedevano di fare qualcosa?”
“Di muoverlo?”
“Per esempio.”
“Facevano tutto da soli.”
Guardo la roulotte, dove una sua ragazza intrattiene un mio coetaneo giunto a bordo di una Mini. Magari anche quel cliente sta facendo tutto da solo. Tanto vale masturbarsi a casa.
“Tutto da soli?”
“Erano contenti così.”
“E tu come ti sentivi?”
“Fredda”, risponde assottigliando gli occhi.
Il ragazzo è uscito dalla roulotte. Si abbottona i pantaloni. Entra in macchina. Fila via senza guardare.
“Fredda come una morta”, ripeto. “Come una cosa”, mi correggo.
“Un pezzo di una cosa. Un culo”, mi corregge.
“Ti drogavi?”
“Non mi sono mai drogata, perché ho imparato presto.”
A morire senza droghe.
“Fortunata.”
Mary si lasciava morire quand’era con un uomo. Morire. Il sesso è anche morte, ma questa morte non è sesso. È un suicidio.
“Come hai iniziato?”
Scuote la testa.
“In casa. Ero troppo piccola… È stato in casa. Mio cugino e i suoi amici.”
È stata presa con la violenza di gruppo.
“C’era la tenda di casa mia, rossa. Mia madre era andata al mercato a comprare del riso. Ho visto la tenda muoversi. Non era il vento. Mio cugino è entrato. Prima lui, solo. Mi ha toccato, mi ha detto che mia madre era d’accordo. Poi è uscito e ha chiamato i suoi amici. Mi hanno tenuto per le braccia, vicino alla tenda. Era tutto rosso sangue. Lui era un Aye.”


Mary è stata stuprata da bambina da un picciotto di Ascia Nera. Sodomizzata ripetutamente da una gang di piccoli mafiosi. Porta ancora i segni della violenza subita. Ha fatto dei rapporti anali la sua specialità. È riuscita così a ripagare il suo debito e a entrare nel giro che conta.

“Quando mi sono messa in questa cosa sapevo che dovevo fare così. Morire.”
Morire, come quando era bambina.
“Le tue ragazze muoiono?”
“Non si può insegnare. Prendono le gocce”, fa e mi mostra una confezione di ansiolitici.
“Con questo, le ragazze non sentono dolore?”
“Non sentono niente”, mi corregge.
Non devono sentire. Questo il segreto. Lenire il contatto. Amputarsi l’organo sessuale. Vi sono prostitute che hanno preteso un’infibulazione tardiva per anestetizzarsi.
“Le tue ragazze possono diventare come te?”
Fa di no.
“Una potrebbe ucciderti e prendere il tuo posto.”
Ride. Ride di gusto.
“Sanno di non avere via di scampo?”
Fa di sì e guarda la roulotte con apprensione.
“Mary”, chiama la ragazza dall’interno e Mary si alza.
“Ciao, amico”, mi saluta e premurosamente la raggiunge.
La ragazza è sulla soglia della roulotte che sbadiglia
come un gatto. È grassa. Mary è specializzata nelle
grasse. Le Big Black Women sono il suo business. Perché lo era anche lei. Allora sa come prenderle. Come coccolarle. Come farle morire di ansiolitici prima di ogni rapporto.

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