Qual è l'impatto della pandemia sui medici stranieri in Italia? Il decreto cura Italia ha mantenuto le promesse fatte nei loro confronti durante la prima ondata? Ce lo racconta Artes Memelli, dottoressa di origine albanese e coordinatrice dei giovani medici per Amsi.

Avevamo intervistato Artes Memelli, 27 anni e origini albanesi, pochi giorni prima che l’Italia piombasse nell’incubo della prima ondata di Covid-19. Come molti medici di origine straniera, a cui viene precluso l’accesso al settore pubblico, Memelli collabora principalmente con enti privati, come la Croce Bianca e il CMP Global Medical Division, ed è specializzata in medicina d’emergenza. È anche coordinatrice dei giovani medici per Amsi (l’Associazione medici di origine straniera in Italia). Ci aveva raccontato le difficoltà e le discriminazioni a cui vanno incontro i medici stranieri che lavorano in Italia. Ora che siamo in balia della seconda ondata della pandemia l’abbiamo interpellata di nuovo per riflettere sulle falle del sistema sanitario e il travaglio che vivono i medici di origine straniera.

Cosa è cambiato per i medici di origine straniera?

«L’Italia ha dovuto confrontarsi di nuovo con l’inefficienza burocratica accumulata in decenni di fallace gestione della sanità. Sì è ritrovata senza personale specializzato, e questo non può stupire se considera che ogni anno si contano circa 1500 medici che rimangono esclusi dai percorsi di specializzazione. Durante la prima fase dell’emergenza è stato chiesto l’aiuto ai medici di altri Paesi e il loro contributo è stato significativo, anche su un piano simbolico. Sì è tentato di introdurre qualche misura in extremis, come il cosiddetto decreto Cura Italia, ma sono stati tentativi fallimentari».

Il decreto Cura Italia avrebbe dovuto snellire le procedure burocratiche anche per i medici stranieri. Cosa non ha funzionato?

«Sulla carta era una misura molto promettente. C’era l’impegno ad accettare medici stranieri privi del riconoscimento del loro titolo di studio e l’intenzione di facilitare l’accesso nel settore pubblico di quelli senza cittadinanza italiana. E si è tentato di incrementare l’accesso alle specializzazioni».

In pratica più di mille offerte, molte di medici stranieri, sono state mandate eppure non hanno ricevuto risposta. I contratti che vengono proposti sono di 3 o 6 mesi, richiedono un trasferimento e un sacrificio notevole senza dare alcuna garanzia sul futuro. La proposta era buona, ma come al solito si è persa in una sorta di limbo burocratico

Nonostante gli sforzi, incluso aprire nuovi concorsi per i medici neolaureati, l’Italia è ancora a corto di personale sanitario. Nello specifico mancano rianimatori…

«In Italia ad oggi mancano migliaia di medici, soprattutto rianimatori. Ma sa quanti anni ci vogliono per formare un anestesista? Sono norme che arrivano tardi. In tempi di normalità ci si poteva voltare dall’altra parte e ignorare i buchi neri del nostro sistema sanitario. Con il Covid-19 i buchi sono diventati crateri».

Si percepisce un comprensibile senso di sconforto. Prima eravate eroi, adesso cresce il negazionismo e molti vogliono addirittura screditarvi. Come vivete dal punto di vista psicologico questa seconda ondata?

«Non è tanto lo sconforto. Certo, demoralizza veder ripresentarsi dinamiche molto simili alla prima ondata, ma noi siamo professionisti e dobbiamo saper affrontare anche situazioni critiche come questa. Prevalgono però la stanchezza e la frustrazione: siamo tornati a fare turni molto più intensi. Poi però usciamo dall’ospedale e vediamo il comportamento irresponsabile di alcune persone, sentiamo le teorie complottiste dei negazionisti. Io non voglio essere considerata un angelo né un’eroina, chiedo solo rispetto».

Cosa non sta funzionando?

«La rete sanitaria territoriale andava fortificata, consentendo alle persone con sintomi meno seri di curarsi a casa. In questo modo oggi gli ospedali non sarebbero di nuovo in sofferenza. Inoltre andrebbe tutelato maggiormente il personale sanitario, in troppi si stanno ammalando e questo causa un doppio danno. Io stessa ho lavorato in strutture in cui venivo regolarmente sottoposta a tampone e provvista di protezioni adeguate, mentre in altre no».

Molte strutture, soprattutto in quelle private e nelle Rsa, lamentano una carenza di tutela del personale. E in queste strutture spesso trovi quei medici di origine straniera a cui non è stato dato l’accesso al settore pubblico. Oltre a non essere riconosciuta la loro professionalità, sono anche i più esposti alla pandemia

All’inizio abbiamo definito, forse erroneamente, il Covid-19 un “virus democratico”. Lo è?

«I contagi sono più omogenei, perciò da questo punto di vista potrei dire di sì. D’altra parte il virus ha portato a galla molte disuguaglianze sociali ed economiche, non solo in Italia. Se hai la disponibilità economica ti curi meglio e ti isoli con meno sacrifici. Le persone meno abbienti spesso arrivano in pronto soccorso con un quadro clinico molto più compromesso».

E per i medici?

«Inutile negarlo, alcuni specialisti hanno subito molta più pressione di altri. In alcune regioni come la mia, il Veneto, abbiamo vissuto l’inferno. I medici di origine straniera sono stati illusi e poi rimasti inascoltati. Molti di loro nelle strutture private si sono ammalati e a volte pagato con la vita il fatto di non essere italiani».

Riproduzione riservata