Hanno origini diverse e altrettante visioni del mondo, ma hanno capito come usarle per raccontare la loro identità e unicità. Ecco come una piccola associazione di studenti padovani di origine africana ha imparato a fare la differenza.

Si erano conosciuti in via del Santo, fra le aule di Scienze Politiche dell’università di Padova. Tutto è iniziato nel 2016 quando Ada Ugo Abara e Emmanuel M’bayo Mertens ancora erano studenti universitari. Via del Santo è stato il crocevia di incontro di questi ragazzi italiani figli dell’immigrazione africana. Alcuni erano cresciuti sparsi in vari paesini del Veneto, senza nessun altro coetaneo nero con cui rapportarsi: «Mi sentivo molto sola, abbandonata» dice Ada Ugo Abara, presidente di Arising Africans. «Il senso di solitudine è rimasto finché non sono arrivata all’università, circondata da studenti di origine africana». Altri, invece, erano migrati in Italia per l’università, come Emmanuel M’bayo Mertens: «Ho viaggiato e vissuto in diversi Paesi dell’Africa e dell’Europa» racconta. «Conosco molto bene la storia dell’apartheid sudafricana, ho vissuto con persone che l’hanno combattuta e che hanno un ricordo vivo di cosa fosse. Quando sono arrivato a Scienze Politiche mi sono reso conto che in mensa gli studenti si comportavano come fossimo in apartheid: bianchi con bianchi e neri con neri. Non mi era mai successo, né a Bruxelles né in nessun altro posto, di assistere a questa divisione».

Cosa ha voluto dire per alcuni di questi ragazzi crescere in Italia come gli unici neri in una società di bianchi? Significa crescere in un contesto sociale dove si è “diversi dagli altri”, dove l’espressione popolare nei confronti degli stranieri ferisce, ma ancor di più l’essere trattato da straniero in un posto che si considera come casa. L’insicurezza e lo smarrimento si acuiscono quando è impossibile confidarsi con qualcuno senza scontrarsi con incomprensioni e, a volte, resistenze.  Per questi ragazzi, ormai uomini e donne, Padova è stata una prima esperienza di confronto con altri afroitaliani, una rivelazione per molti che nemmeno si erano accorti del bisogno che avevano di un legame simile: un risveglio o arising, appunto.

La necessità di rappresentarsi

Tra il 2015 e il 2016 lo scontento per come i media nazionali dipingevano il fenomeno migratorio ha incominciato a intensificarsi, così Ada, Emmanuel insieme ad altri studenti afroitaliani hanno deciso di agire e di lanciare delle rubriche on-line per prendere la parola, occupare un posto nel dibattito pubblico e contrastare quella narrazione sull’immigrazione ingenua e stereotipizzata. Il gruppo informale si dà il nome di Arising Africans, apre una pagina Facebook e lancia le rubriche Afro-cliché e Notizie dall’Africa, fino a organizzare dopo un anno di lavoro  festival afroitaliano. È a quel punto che si decide per la fondazione dell’associazione. Non sempre è stato facile, racconta Emmanuel:

Spesso ci siamo ritrovati ad essere strumentalizzati. Quando alcune associazioni o enti ci invitavano a parlare ai loro eventi, questi si aspettavano di metterci in bocca la loro narrativa, di dettarci ciò che potevamo dire. Nessuno approfondiva chi eravamo, cosa la nostra associazione facesse

L’associazione dà il via al suo attivismo

Da allora molto è cambiato, ma l’associazione Arising Africans non ha mai perso le coordinate che si era scelta: essere un megafono per le nuove generazioni di italiani, padovani e non, per coltivare il dialogo tra la diaspora africana e gli autoctoni. Arising Africans incomincia quindi a mettere in campo diverse attività di sensibilizzazione su varie tematiche, dallo ius soli agli stereotipi sugli stranieri, con laboratori scolastici e manifestazioni ed eventi.

Sono due i più grandi risultati che l’associazione è riuscita ad ottenere. Il primo, la punta di diamante tra i progetti realizzati, è il cortometraggio Io sono Rosa Parks, vincitore del premio Miglior messaggio G2 nella sezione MigrArti alla Festival del Cinema di Venezia nel 2018, frutto dell’incontro tra Arising Africans e il regista Alessandro Garilli durante le manifestazioni del movimento #ItalianiSenzaCittadinanza. «Il cortometraggio ha riscosso un successo che non ci aspettavamo, siamo stati invitati in ogni parte di Italia per parlare della nostra esperienza di afroitaliani, e incontrare ragazzi, studenti e insegnanti. Io sono Rosa Parks è stato anche selezionato per un festival cinematografico in California, lo scorso giugno».

Il secondo obiettivo realizzato è l’aver fatto passare il concetto di afroitalianità tra le associazioni del territorio padovano: «Siamo riusciti a far entrare il termine afroitaliano nel vocabolario delle realtà del territorio. All’inizio quando ci presentavamo così nessuno ci capiva, poi è diventata una cosa normale e questo è per noi un risultato grandissimo». E per il futuro? Destreggiarsi tra progetti e comunicazione social continua ad essere una sfida, ma sembra che Arising Africans la stia vincendo:

Vogliamo crescere sempre di più a livello territoriale, essere presenti nei vari tavoli di discussione istituzionale ed essere un ponte tra afroitaliani e istituzioni

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