Secondo sua madre, è arrivata in Italia per colpa di Ramazzotti. In realtà Anca Mihai, giornalista rumena e ormai romana è venuta in Italia per studiare comunicazione. E ha creato Radio Roma Link.

«Se non fosse stato per Mazzarotti (al secolo Ramazzotti), in Italia non ti saresti mai trasferita», o almeno così pensa la madre di Anca Mihai, giornalista, nata in Romania nel 1981 e romana dal 2005. Lei sorride e assicura che non è così, che quella musicassetta comprata casualmente quando aveva 13 anni è servita solo a imparare meglio l’italiano ma che – per quanto sia ancora la prima delle sue fan – Eros non è il motivo che undici anni dopo l’ha portata a Roma, per studiare Comunicazione. Aveva già una laurea in Giornalismo e lavorava come redattrice in una radio a Bucarest quando ha fatto domanda alla Sapienza, ma ha dovuto aspettare sei mesi la risposta, perché all’epoca non era cittadina comunitaria.

In Romania funziona che ti laurei, vai a lavorare, hai una famiglia e a trent’anni hai fatto tutto ciò che dovevi fare. Io di anni ne avevo 24, ho lasciato un tempo indeterminato e sono tornata a fare la vita da studentessa (lavoratrice, ma pur sempre studentessa), a Roma.

Nel 2007, la svolta. Tramite un’amica le giunge voce che un quotidiano romeno, l’Adevărul, sta aprendo una sede a Milano e cerca giornalisti. E lei, che a Bucarest si occupava di programmi culturali, passa alla cronaca nera. «È stato periodo più bello di tutta la mia vita», dice, incapace di trattenere l’entusiasmo.

Come è noto, non ci sono molte donne che ci lavorano. Alla mia prima sparatoria, a Tor Bella Monaca, gli altri fotografi mi hanno accolta chiedendomi se fossi venuta a portargli il caffè. Abbiamo poi imparato a rispettarci, e il fatto che fossi una corrispondente estera ha reso le cose più facili: non potevo essere vista come una rivale.

Il 2007 corrisponde con l’ingresso della Romania in UE ed è anche l’anno del caso Mailat, che riempie le pagine dei quotidiani nazionali per settimane: a fine ottobre, a Tor di Quinto, Giovanna Reggiani viene violentata e brutalizzata da parte di un ragazzo che abita in un accampamento poco distante dalla stazione. La donna muore dopo 24 ore e il caso è solo l’apice delle tensioni Roma-Bucarest, che andavano avanti da mesi.

Seguono interrogazioni parlamentari e furiose dichiarazioni alla stampa da parte di tutta la classe politica. Il sindaco di Roma e allora leader Pd Walter Veltroni arriva a dire che Roma era la città più sicura del mondo, prima dell’ingresso della Romania nell’Ue. Dice Anca Mihai:

Ci sono varie forme di razzismo, non solo quello diretto. Per la mia tesi di laurea, che era una tesi di ricerca sugli effetti dei mass media sui processi penali, ho contato il ripetersi di associazioni di parole come ‘romeno ubriaco’ e ‘romeno stupratore’ su alcuni quotidiani nazionali. E ho scoperto che alcuni giornali considerati progressisti tendevano a usare queste associazioni molto più dei cosiddetti conservatori.

Da allora sono passati anni, gli odiati sono diventati altri e Anca Mihai ha trovato un suo modo di disinnescare i pregiudizi sulle sue origini: «Ho imparato a provocare: se per esempio c’è da occuparsi degli alcolici a una festa dico che me ne occupo io, che in quanto rumena ubriacona ci so fare».

Dopo i tre anni di cronaca nera, passa all’Agerpress, un’agenzia di stampa rumena, per poi, per diverso tempo, occuparsi di comunicazione. «Ma ho il morbo giornalistico. E la comunicazione non è giornalismo». Nel 2016 torna ai suoi inizi, alla radio, e se ne inventa una: Radio Roma Link. Carica i podcast su Speaker e fa informazione in rumeno per i rumeni che vivono in Italia e per chi in Romania vuole sapere quello che accade a Roma.

Nonostante il buon seguito raggiunto, non riesce a fare crescere il suo progetto. Anche se non lo abbandona del tutto. «In questi ultimi mesi ho usato la pagina Facebook di Radio Roma Link per spiegare come proteggersi dal Covid e sfatare fake news. La preoccupazione di chi ha parenti in Italia aumentava e ho sentito il bisogno di spiegare ciò che stava succedendo qui».

La preoccupazione per i propri cari in Italia cresceva, ma allo stesso tempo in patria cresceva anche l’insofferenza nei confronti dei molti lavoratori stagionali costretti a tornare in Romania perché rimasti senza lavoro.

Hanno faticato a riaccettarli. A fine febbraio un sacco di gente si è ritrovata bloccata alla frontiera rumena per ore, perché non c’era un piano per il rientro e andava deciso sul momento che fare, se e dove mandarli in quarantena.

«I rumeni rientrati dall’Italia sono stati visti come untori e non sono mancate le polemiche sui costi che ricadevano sulla sanità pubblica per curare chi vive e paga le tasse altrove», aggiunge lei, che durante i mesi della quarantena ha lavorato più di quanto potesse immaginare, facendo la corrispondente dal Vaticano per Kanal D. «Per mesi ho spiegato le disposizioni del governo italiano e raccontato i rumeni a Roma». Sempre tenendo conto che in Romania ci si preoccupa molto per chi sta in Italia, ma allo stesso tempo li si considera dei traditori perché hanno scelto di andare a vivere da un’altra parte. «Un po’ come», conclude Anca Mihai ironicamente, «Roma considera un traditore Ramazzotti, che si è trasferito a Milano».

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