L'analisi dei dati sugli studenti di origine straniera che aumentano e compensano il crollo di quelli italiani. Dalle statistiche emerge una notizia che fa riflettere: il 34% di immigrati di seconda generazione si è iscritto all'università nel biennio 2016/2017.

Secondo gli ultimi dati MIUR (Ministero Istruzione Università Ricerca), nell’anno scolastico 2016/2017 gli studenti di origine straniera presenti nel nostro ordinamento — calcolando l’intero arco di studio che va dalla Scuola d’infanzia alla secondaria di secondo grado — sono stati 826 mila: è importante perché sono tornati a crescere, anche se di poco (+11 mila unità pari a +1,38%), rispetto all’anno precedente. In pratica, parliamo di quasi un decimo (9,44%) della popolazione scolastica totale (8.741.828) , ma l’incidenza degli studenti ancora senza cittadinanza italiana supera anche il 10% nella scuola primaria.  Questo è il risultato della rapida crescita dell’immigrazione degli anni ’00 ma anche della successiva stabilizzazione della curva (Fig.1) che ha permesso a malapena di compensare il crollo registrato tra gli studenti italiani.

Fonte: MIUR, Serie storica degli alunni con cittadinanza non italiana (valori assoluti) nati all’estero e in Italia, AA.SS. 1983/1984 – 2016/2017

Il segmento veramente dinamico risulta oggi esclusivamente quello degli studenti nati nel nostro Paese e tuttora privi di cittadinanza italiana: nell’arco dell’ultimo biennio, in particolare, sono gli unici ad aumentare di oltre 24 mila unità (+5,11%) tanto da limitare il calo complessivo degli alunni a 85.000 unità, mentre sia gli studenti italiani che i non italiani nati all’estero risultano sempre meno, in flessione, rispettivamente, di 96.305 e di 13.200 unità. Proviamo a capire meglio queste cifre: si tratta di 52% maschi, 48% femmine — una percentuale pressoché invariata nel tempo — la popolazione scolastica con cittadinanza straniera presenta oggi una scolarità persino superiore a quella della popolazione italiana nella primaria (98,4% vs 94,7%) e secondaria (92,3% vs 91,2%) di primo grado ma significativamente inferiore invece nei segmenti dell’infanzia (77,8% vs 96,3% ) e della scuola secondaria di secondo grado (80,9% vs. 64,8%). Va detto chiaramente però che a 17-18 anni la bassa scolarità è correlata principalmente alla componente maschile (57,7%), assai meno scolarizzata di quella femminile (73,9%).

Anche nei primi anni del ciclo scolastico, non sono comunque rose e fiori, il vero handicap per gli studenti con origine straniera è rappresentato da un ritardo formativo, lo accumulano oltre il 40% degli alunni quattordicenni, spesso inseriti in classi inferiori a quelle corrispondenti all’età anagrafica; la situazione peggiora ulteriormente per gli alunni nati all’estero, inseriti nella classe corrispondente alla propria età solo nel 49% dei casi (fonte ISTAT).

Buone notizie sull’aumento degli studenti universitari

Finito il ciclo scolastico, il quadro si presenta più articolato e complesso. La buona notizia è che il 34% circa dei diplomati stranieri (fonte MIUR) prosegue oggi gli studi: una percentuale consistente anche se tuttora inferiore a quella dei diplomati italiani (51%). Quasi il 40% di loro (39,7% vs. 33,2% di diplomati italiani) si iscrive a una facoltà della macro-area sociale (Giurisprudenza, Economia, Scienze politiche) mentre solo il 32,8% sceglie una facoltà di indirizzo scientifico; sovrapponibili alla media nazionale, le iscrizioni di indirizzo umanistico sono il 18% e quello sanitario 9,5%. Gli indirizzi di studio sociale e scientifico sembrano variare maggiormente anche in base all’origine degli studenti (vedi grafico sotto), rispetto alla percentuale tendenzialmente più stabile delle iscrizioni di area umanistica e sanitaria.


Fonte: MIUR, Immatricolati con cittadinanza non italiana per i primi Paesi di provenienza e macro area didattica (composizione percentuale) – A.A. 2016/2017

Un indicatore importante per valutare il grado di integrazione sociale rispetto alla scolarità è quello degli abbandoni scolastici (​early school leaving), ​in pratica la percentuale di giovani tra i 18 e 24 anni che non hanno potuto mettere a profitto gli studi conseguiti nel mondo del lavoro né accedere all’università. Qui la tendenza dell’ultimo decennio (2008-2017) per i giovani con cittadinanza straniera si presenta relativamente positiva, ma solo grazie a un dato iniziale estremamente pesante, che vede l’italia e la Spagna tuttora fanalini di coda in tema di abbandono scolastico: secondo l’Eurostat, infatti, la percentuale è scesa dal 41% al 30%, a fronte di una media UE 28 oggi attestata al 19,3%.

Nello stesso periodo cresce invece tra i giovani stranieri — ed è un segnale pessimo — la percentuale dei famosi NEET (​Neither in Employment nor in Education and Training), passata dal 27% al 34% (fonte Eurostat), contro una media UE praticamente fissa da un decennio attorno al 20-22% e un dato italiano del 25,7%. Ma questo dato va interpretato alla luce del numero altissimo di adolescenti di alcune comunità che tolgono le femmine dalle scuola per farle sposare, rientrare nei Paesi di origine e relegarle al ruolo di casalinghe come accade fra i bangladesi, pachistani, egiziani.

La situazione non migliora, anzi, analizzando i flussi internazionali per ragioni di studio, pari per l’Italia a un 7% dei regolari permessi in ingresso nel 2017, con una significativa quota di studenti cinesi (35%) e americani (22%). A fronte di circa 90 mila studenti stranieri iscritti alle università italiane nel 2015 (59% femmine, 41% maschi, e solo 22% di provenienza UE 28) il calo tendenziale delle immatricolazioni, iniziato un decennio fa, si è accentuato infatti durante biennio 2014-2016, fino ad attestarsi a 8.500 matricole, meno di Paesi come Polonia o Danimarca. Un declino dell’appeal universitario italiano quasi drammatico, anche se in parte condiviso da altri Paesi UE, e in primo luogo dalla Germania, da cui si stacca nettamente la crescita controtendenza francese e spagnola, per non parlare delle 270 mila matricole che ogni anno approdano nel Regno Unito (escluso proprio per ragioni di scala e di visualizzazione dal grafico qui sotto).

Fonte: International Migration Outlook, OECD 2019

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