Uscire dalla propria comunità di riferimento e scrivere di immigrazione in italiano: questi gli obiettivi di GPS, il progetto dell'associazione Para Todos e BaoBab, in collaborazione con il mensile "Milano Sud" e finanziato dalla fondazione Cariplo. Perché farlo? Ce lo racconta Ana Mancero di Para Todos.

Ana Mancero, corpo minuto e allegria dirompente, è arrivata dall’Ecuador piegato dalla crisi economica nel 2004. Ha 45 anni, dirige l’associazione milanese Para Todos e ha la cittadinanza italiana, ma si considera straniera. Non perché qualcuno l’abbia fatta sentire straniera, ha raccontato a NuoveRadici.World, ma perché è così che si sente. «Una straniera molto integrata», spiega con allegria. «Sono nata in Ecuador e le mie radici sono rimaste piantate lì». In Italia Ana Mancero si trova bene. Ha una figlia di 20 anni che sogna il design.

Lei invece vuole diventare giornalista. Ha partecipato a un corso di formazione, finalizzato a creare in futuro una redazione multiculturale, attraverso un progetto ideato dalla sua associazione Para Todos e da BaoBab in collaborazione con il mensile Milano Sud e finanziato dalla fondazione Cariplo, che si chiama GPS, giovani pubblicisti stranieri, insieme ad altri 40 aspiranti giornalisti di prima e seconda generazione. Il corso, per fornire le basi necessarie a cominciare a scrivere i primi articoli, è stato tenuto da Stefano Ferri, direttore del mensile Milano Sud, che ha deciso di dare una pagina a un piccolo team di aspiranti giornalisti, quasi tutti latinoamericani eccetto una giovane di origine albanese. I loro articoli per ora si limitano alla cronaca cittadina di eventi e di dibattiti sugli stranieri delle diverse comunità, ma l’ambizione è quella di creare un team multiculturale per superare definitivamente la narrazione comunitaria fatta da tanti piccoli giornali scritti in lingua madre e riuscire ad aprirsi di più al Paese in cui vivono per provare a ribaltare luoghi comuni, pregiudizi, stereotipi ed essere più protagonisti.

Ana Mancero ha sempre voluto fare la giornalista e in Ecuador ha studiato Comunicazione all’università, anche se poi ha fatto l’insegnante. Ora, dopo anni passati a lavorare in un hotel di lusso a occuparsi della gestione delle vettovaglie, si dedica ai progetti e i servizi offerti dalla sua associazione Para Todos. «Sono venuta in Italia trascinata da una sorta di follia collettiva, in un’epoca in cui tutti scappavano dall’Ecuador per sottrarsi alla crisi», ricorda. «Inoltre mio marito era in Italia e ho deciso di seguirlo, anche se poi mi sono separata». Ana Mancero è convinta però che prima di lasciare il proprio Paese ci si debba preparare, avere un progetto chiaro e studiare la lingua del Paese dove si vuole emigrare, altrimenti l’impatto può essere traumatico e controproducente.

Guardo mia figlia Danae e le sue amiche, figlie di stranieri e di italiani. Sono cresciuti tutti in Italia. Non devono integrarsi, per loro è tutto normale, naturale. I figli dei soci della nostra associazione vanno all’università, realizzano i loro sogni, sono artisti, ingegneri. Fanno lavori gratificanti. L’Ecuador per mia figlia è solo il Paese della mamma. Per noi che invece apparteniamo alla prima generazione è diverso. Nonostante la cittadinanza italiana, abbiamo il nostro bagaglio culturale. Per questa ragione io mi definisco una straniera molto integrata.

Con il progetto GPS, che non è un navigatore satellitare ma il tentativo di creare una narrazione che superi le barriere linguistiche della comunità di appartenenza, Ana Mancero spera di creare la prima redazione interculturale. E di uscire dal “ghetto comunicativo”. Ossia dall’informazione rivolta esclusivamente alle comunità di origine.

Insomma anche le prime generazioni sentono il bisogno di evolversi senza più chiudersi nella roccaforte linguistica e culturale. Un esempio e un modello per gli altri che sono rimasti indietro. «Con i nostri articoli, non vogliamo solo dimostrare agli italiani che non rappresentiamo una minaccia, ma anche andare oltre e promuovere l’integrazione, raccontando la nostra evoluzione», precisa. «Io ha la pelle chiara e non ho mai subito discriminazioni dirette, ma ho vissuto il peso degli stereotipi. Quando ero più giovane e mi presentavo per ottenere un lavoro da baby sitter, spesso venivo vista come un pericolo per l’integrità familiare per via della credenza piuttosto diffusa sulle latinoamericane che vengono in Italia per  rubare i mariti alle italiane o fare le badanti di uomini anziani per sfruttarli. Anche questi luoghi comuni possono cambiare se siamo noi a raccontarci».

Secondo i dati resi noti dalla Carta di Roma, sul totale dei servizi giornalistici usciti nel 2017 sul tema migranti, infatti, solo nello 0,5% dei casi sono presenti dichiarazioni dei protagonisti.

Prima di congedarci, alla domanda «Se potesse riavvolgere il nastro, tornerebbe ancora in Italia?», Ana Mancero replica: «Lo rifarei, ma in modo diverso. Sono arrivata in Italia da sola con una bimba piccola. Ero impreparata, incosciente, non sapevo una parola di italiano. All’inizio è stato molto difficile. Mi sentivo sola e smarrita. Un giorno sono andata in piazza Duomo, dove si incontravano tutti i latinoamericani. Ero seduta sui gradini, piangevo. Poi mi sono guardata intorno e ho visto una piazza di una bellezza sublime. Improvvisamente ho pensato che Milano sarebbe stata la città dove volevo davvero vivere. E non avevo torto perché la città nel frattempo è diventata la culla dell’integrazione. Da allora dico sempre che in piazza Duomo si può essere solamente felici».

Foto: Ana Mancero con sua figlia Danae

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