A soli tre anni dagli Oscar "so white" del 2016 (quando, e per il secondo anno consecutivo, i venti attori nominati erano tutti wasp), l'edizione di quest'anno ha visto la vittoria di Rami Malek, Mahershala Ali e Regina King. Anche se la scelta di dare la statuetta di Miglior film all'edificante e furbo Green Book è stata paragonata da Spike Lee a «quando l'arbitro prende la decisione sbagliata».

«Sono figlio di un immigrato egiziano. Sono un americano di prima generazione. Parte della mia storia la sto scrivendo ora». Rami Malek, classe 1981, è il primo americano di origini arabe a vincere l’Oscar come migliore attore protagonista grazie alla sua interpretazione di Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody, il biopic dedicato al frontman dei Queen. Nel suo discorso di accettazione dell’ambita statuetta, nella notte scintillante degli Academy Awards, l’attore ha ricordato alla platea le sue origini e il valore inevitabilmente simbolico che assumono nell’America trumpiana, quella dei muri e dell’odio verso i migranti.

Freddie Mercury come Rami Malek, figli di immigrati (i genitori del cantante erano parsi di Zanzibar), icone moderne dell’integrazione. «Abbiamo fatto un film su un uomo gay e immigrato e lo abbiamo celebrato», ha detto Malek. «Questa è la prova che amiamo questa storia». La vittoria e il primato dell’attore arrivano a pochi mesi dall’elezione di Ilhan Omar, prima rifugiata a essere eletta al Congresso americano, dove si è presentata con l’hijab, diventando – secondo le sue stesse parole – «il peggior incubo di Donald Trump».

Insomma, quest’anno gli Oscar hanno tentato con successo di fotografare il complesso cambiamento in atto nella società americana. Il premio per la migliore attrice e il miglior attore non protagonisti sono andati infatti a due afroamericani: Regina King per Se la strada potesse parlare e
Mahershala Ali per Green Book. Quest’ultima pellicola, vincitrice della statuetta come miglior film, racconta una storia d’amicizia tra un bianco e un afroamericano nell’America degli anni ’60.

All’annuncio della vittoria, il regista Spike Lee è stato visto agitare con rabbia le braccia e tentare di lasciare il teatro in segno di protesta. La reazione dell’icona della comunità afroamericana dello star system hollywoodiano si spiega con le polemiche che circondano il film di Peter Farrelly, tacciato di aver affrontato il tema del razzismo con il solito espediente narrativo del “salvatore bianco giunto in soccorso del protagonista di colore”.

Se la vittoria di Green Book è stata adombrata dalle polemiche, unanime è stato il riconoscimento al lavoro della costumista Ruth Carter: premio Oscar per i costumi di Black Panther e prima afroamericana a ricevere questo importante riconoscimento. Il premio come miglior attrice è invece andato a sorpresa all’inglese Olivia Colman per La favorita. L’attrice sul palco ha ricordato con commozione e orgoglio come sia partita facendo la donna delle pulizie. Mestiere umile e tradizionalmente senza riconoscimento che è al centro del film di Alfonso Cuarón, Roma. Il cineasta messicano, premiato per la miglior regia, dal palco ha sottolineato come il cinema abbia sempre relegato sullo sfondo le collaboratrici domestiche, «milioni di donne che nel mondo lavorano senza diritti».

Ma il discorso più politico ascoltato l’altra sera in mondovisione dal Dolby Theatre di Los Angeles è stato quello di Spike Lee, vincitore dell’Oscar per la miglior sceneggiatura con BlacKkKlansman, film dedicato alla storia vera di
Ron Stallworth, il primo poliziotto nero di Colorado Springs, e alla sua missione sotto copertura nella sezione locale del KKK. Il regista ha dedicato il premio alla nonna «che era figlia di una schiava. Rendo omaggio a lei e ai nostri antenati», ha detto Lee. «Grazie al loro sacrificio siamo qui. Grazie per aver costruito questo Paese». E anche se, durante la cerimonia, l’attore spagnolo Javier Bardem si è schierato chiaramente contro Trump, dichiarando a proposito dei confini con il Messico che «non ci sono frontiere o muri che possono frenare il talento», sono state le parole di Lee a far reagire la Casa Bianca. Trump, infatti, ha subito twittato accusando il regista afroamericano di non riconoscere “al suo presidente di essere quello che ha fatto più di tutti per gli afroamericani”. Possiamo solo immaginare la faccia divertita di Spike Lee, quando, sceso dal palco, avrà letto il tweet presidenziale. A noi, di questi Oscar 2019, rimarrà piuttosto il suo invito: «Facciamo una scelta morale tra l’amore e l’odio. Facciamo la cosa giusta».

Riproduzione riservata