NRW ha deciso di chiedere ai propri lettori di sostenere il lavoro di Sant’Egidio per aiutare le vittime collaterali della pandemia. In questa puntata, vi raccontiamo cosa succede a Roma, dove a servire i pasti ci sono anche i nuovi cittadini.

Nei mesi in cui l’hashtag #iorestoacasa ha invaso, giustamente, le nostre vite colte di sorpresa da una pandemia, se ne è creato uno meno diffuso ma ugualmente meritevole di attenzione: è l’hashtag #iorestereiacasa, perché il pensiero non può non rivolgersi anche solo per un attimo a chi, una casa in cui stare al sicuro, non ce l’ha.

Sono tantissime le persone senza fissa dimora che durante l’esplosione del Covid si sono ritrovate senza un posto dove potersi proteggere, e altrettante le associazioni di volontariato che si sono attivate per venire incontro a questa necessità. A Roma, una delle protagoniste è stata, e continua tuttora ad essere, la comunità di Sant Egidio.

La mensa di via Dandolo

A raccontarci in che modo, è stato Augusto D’Angelo, uno dei suoi responsabili per quanto riguarda l’assistenza ai senzatetto. «Il nostro impegno nell’aiuto ai senza fissa dimora è nato nel 1983 ed è stato potenziato cinque anni dopo con la creazione della nostra mensa», spiega D’Angelo. «Assistendo chi vive per strada, ci siamo resi conto che oltre ai bisogni primari come il cibo, il vestiario o le coperte, queste persone necessitano anche di sostegno, amicizia, affetto. Ecco allora che la mensa, situata al numero 10 di via Dandolo, ha rappresentato la creazione di un nuovo binario: non più solamente noi che ci recavamo da loro, ma loro che finalmente potevano raggiungere un luogo in cui riposare, mangiare seduti ad un tavolo, ripararsi dal freddo o dal caldo, e soprattutto trascorrere dei momenti all’interno di un clima familiare».

Il lockdown e la sopravvivenza

L’inizio del lockdown ha reso inevitabilmente le persone che vivono per strada meno mimetizzate. In una capitale deserta, si sono ritrovate esposte e private di servizi che prima rappresentavano per loro la sopravvivenza: il panettiere che a fine giornata regalava qualche filone invenduto, il passante che dava loro l’elemosina o il bar in cui potevano trovare un bagno e un lavandino per potersi lavare anche solamente le mani.

«Nel momento in cui tutto ha chiuso abbiamo scelto senza tentennamenti di rimanere aperti. Perché era giusto farlo», prosegue D’Angelo. «Perché mai come durante questa fase storica certe persone sono state più vulnerabili di altre. Naturalmente abbiamo adottato tutte le misure di prevenzione e protezione necessarie, dall’uso di guanti e mascherine, al distanziamento. Un tavolo che prima avrebbe ospitato otto persone, durante l’emergenza Covid ne ha ospitate tre, un tavolo da sei, due e così via».

Se prima del lockdown gli ospiti della mensa erano tra le 300-350 persone, nei mesi della quarantena sono diventate oltre 400, un aumento di un terzo rispetto ai mesi precedenti.

La giornata “speciale” è la domenica. Ogni settimana presso la mensa si organizza il “Pranzo dell’amicizia”, al quale partecipano tutti gli anziani del quartiere che vivono in condizioni disagiate, e a servire i pasti sono ragazzi, ragazze, donne e uomini figli dell’immigrazione.

«Sono quelli che noi chiamiamo con convinzione nuovi europei felici di essere utili, di sentirsi parte della vita della loro città, e questo contribuisce a far crollare un altro muro: quello che ancora troppo spesso si erge nei confronti dei cittadini di origine straniera» prosegue D’Angelo. «Il fatto che così tanti cittadini si siano rivolti a noi per proporsi come volontari ha creato e potenziato una rete in grado di fare la differenza. In tutta la città sono stati aggiunti degli interventi di aiuto in più di cinquanta punti diversi, dove i nostri volontari distribuiscono generi alimentari quattro volte a settimana. In poche settimane sono stati distribuiti circa diecimila pacchi alimentari, senza dimenticare di prestare attenzione a quelli che sono i singoli bisogni particolari di ogni persona».

La storia di Daniela

È quello che succede nel caso di Daniela, per esempio, che vive da anni in una stazione ferroviaria ora deserta. Ci vive da talmente tanto tempo che non riesce più a sopportare di stare all’interno di un luogo chiuso. Daniela non si sposta dalla “sua” stazione e allora un gruppo di donne e ragazze ha deciso di alternarsi per andare da lei, e portarle quello di cui ha bisogno per sopravvivere, assecondando i suoi gusti che ormai conoscono, portandole medicinali e le tanto bramate sigarette.

«Il lockdown si è presentato come una grande domanda alla quale abbiamo dovuto trovare una risposta adeguata in pochissimo tempo» conclude. «Oltre ai senza fissa dimora, si sono trovate in condizione di estrema necessità anche altre categorie, come per esempio i lavoratori che non percepivano la cassa integrazione e tutti quelli impiegati in mestieri per così dire “al margine” come colf o badanti, spesso non regolarizzate. Il messaggio che non ci stanchiamo di trasmettere è che la povertà è una condizione che come si acquisisce, si può anche superare. Nel frattempo, noi continuiamo ad aiutare».

NRW ha deciso di sostenere i progetti di Sant’Egidio per aiutare le vittime collaterali della pandemia: i senzatetto, siano essi italiani o stranieri. Per partecipare attivamente, fare una donazione, qui trovate le istruzioni.

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