Abo A. Jamal, vicepresidente dell'Associazione dei Medici Stranieri in Italia, è nato in Siria ed è in Italia da cinquant'anni. E sta lavorando a una soluzione per aiutare sia i medici stranieri sia quelli italiani, perché il problema riguarda tutti.

Abo A. Jamal, 67 anni, siriano, cittadino italiano, medico chirurgo specializzato in Pediatria e Neonatologia, vicepresidente di Amsi, l’Associazione dei Medici Stranieri in Italia, dice quello che sanno tutti e tutti fanno finta di non vedere: «Fra 10 anni, quando molti di noi saranno in pensione, l’Italia avrà bisogno di 60 mila medici. Non assumere medici stranieri negli ospedali perché non hanno la cittadinanza non avrà più senso. Prima o poi ci dovrete accettare».

Dottor Abo A. Jamal quando è arrivato in Italia?

«Nel 1970, direttamente dal Kuwait dove erano emigrati i miei genitori. Ho frequentato l’università prima a Bologna e poi mi sono laureato a Roma. Ho cresciuto almeno una generazione di italiani. Oggi sono un libero professionista convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale».

Anche se ha la convenzione con il SSN, lavora nel privato perché non poteva lavorare in ospedale quando ancora non aveva la cittadinanza?

«No, la mia è stata una scelta personale dovuta all’allora ministro della Sanità Francesco De Lorenzo che impose a noi medici di scegliere se continuare la carriera nel pubblico o nel privato. Ma il problema che ha sollevato esiste e lo conosciamo bene. Alla base di tutto, per risolverlo, ci vorrebbe un maggior collegamento tra l’Italia e i Paesi di origine di noi medici o laureandi in Medicina».   

Per anni, almeno fino alla fine degli anni Ottanta, era complicato per un medico straniero anche solo iscriversi all’ordine professionale.

«Vero ma dipendeva da Paese a Paese. Dal 1958 Italia e Siria avevano un rapporto particolare. Potevamo lavorare qui senza problemi. Dal 15 novembre 2011, con l’inizio della guerra, sono cambiate tante cose».

Quanti sono i siriani in Italia?

«Prima della guerra eravamo 16 mila. Oggi con i profughi è difficile avere un conto esatto. L’emigrazione siriana in Italia ha origini antiche. I primi arrivi risalgono ai tempi dei Romani. La prima vera ondata migratoria è degli anni Sessanta e Settanta, quando molti di noi arrivano qui per poter studiare. In quel periodo abbiamo fondato qui l’Associazione Italia-Siria. Negli anni Ottanta e Novanta arrivavano soprattutto professionisti, persone che lasciavano la Siria per motivi di lavoro. Negli ultimi anni c’è l’ondata dei profughi che scappano dalla guerra. Molti sono finiti in Germania dove la cancelliera Angela Merkel ha aperto le porte soprattutto all’élite professionale: ingegneri, architetti, medici…».

Perché questa chiusura dell’Italia al riconoscimento professionale dei medici stranieri? Problemi politici, burocratici…

«È sempre stato soprattutto un problema di burocrazia. Agli inizi non se ne accorgeva nessuno. Noi medici stranieri eravamo ancora troppo pochi». 

C’è spazio in Italia per i medici stranieri?

«Lo dicono i numeri e le previsioni. Fra 10 anni mancheranno 60 mila medici. Non assumere negli ospedali chi vive qui, magari si è laureato qui, parla italiano, ha famiglia e paga le tasse, non ha davvero proprio senso».

È evidente che su questo c’è un problema politico e legislativo. Come Amsi avete una proposta?

«Stiamo lavorando a un progetto di legge. Ci sono vari aspetti che stiamo considerando. Ad esempio i medici di origine straniera anche se laureati non possono fare la specializzazione. Un problema annoso che riguarda anche i neolaureati italiani, visto che i posti sono decisamente troppo limitati». 

È vero che i medici stranieri, solo perché stranieri, vengono pagati di meno?

«Capita in qualche ospedale privato. Qualche clinica privata ci prova. Ma generalmente non è così».

Lei consiglierebbe a un suo giovane connazionale di venire qui a lavorare come medico?

«Il mio sogno è che i giovani siriani vengano qui a laurearsi ma poi tornino a lavorare nel mio Paese. C’è tanto bisogno in Siria. Io stesso dopo la guerra sono tornato in Siria e ho portato farmaci e 15 ambulanze».

Essere un siriano, anche se perfettamente integrato come lei, rappresenta un problema per vivere in Italia?

«Negli anni Settanta non era così. Essere uno straniero era una novità. Molta gente mi chiedeva perché non sapeva nemmeno dove fosse la Siria. L’idea che avevano tutti era quella dell’arabo col cammello. Oggi dopo la guerra siamo diventati troppi e con un’immigrazione che coinvolge strati della popolazione siriana a tutti i livelli. Ovviamente c’è una maggiore attenzione da parte delle autorità italiane. È giusto che sia così. Con la guerra e con l’Isis molta gente di ogni tipo cerca di arrivare in Italia e in Europa. Ma non si può scadere nella paura e nello stereotipo del siriano che scappa dal mio Paese. Io ho una moglie italiana, due figli nati in Italia, sono musulmano ma quando lavoravo in una clinica privata c’era sempre un crocifisso e non è mai stato un problema per me. Era semplicemente una cosa che accettavo».

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