Immigrati, africani, disgraziati e altre leggende (metropolitane). Italiano di origine ugandese prova (è dura) a demolire gli stereotipi.

Ian Elly Ssali Kiggundu ha 27 è nato a Roma da una famiglia di origine ugandese. Sta completando i suoi studi in Giurisprudenza, insegna Inglese presso una scuola privata e, da brava formica, mette da parte i soldi coi quali finanzia i suoi studi musicali/pianistici, che ormai studia da dieci anni. È rappresentante legale dell’associazione Rete G2 – Seconde Generazioni e ha partecipato attivamente allo svolgersi negli anni delle discussioni parlamentari sulla riforma della legge sulla concessione della cittadinanza italiana.

(foto di Giulia Santarelli)

Mi sono sempre chiesto perché i cinesi sono cinesi, i rumeni sono rumeni, e gli africani, tutti, indistintamente, sono “immigrati”. Già, “immigrati”. Immigrati da accogliere perché fuggono dalle guerre. Quali? Non è dato sapere perché, si sa, gli africani lottano sempre tra loro in guerre tribali. E anche se non fossero coinvolti in conflitti che coinvolgono lancio di banane o machete, migrano, perché questo l’africano fa, migra. Per quanto stucchevoli le affermazioni possano essere, e per quanto razionalmente qualcuno potrebbe pure dire che sa che non è proprio così, questo è senza ombra di dubbio quello che la maggior parte degli italiani pensano dell’Africa. E non li biasimo. Gli africani tutti non li hanno aiutati molto a chiarire le idee. Perché usano una categoria multiforme come l’Africa e tutto quello che in trecento anni in Europa ci abbiamo costruito sopra. Partiamo da un dato che ormai appare un paradosso: la maggior parte degli africani arriva in Italia in aereo, ergo, regolarmente. Prendetevi il vostro tempo. Capisco bene sia una notizia di portata copernicana ma è proprio così: la maggior parte dei cittadini dei vari 54 stati sul continente africano arriva in Italia in aereo. L’altro grande paradosso è che in Africa non ci sono neri. L’Africa non è nera. E questo è già un pensiero razzista. C’è cultura in Africa e chiunque vi nasca ne può essere imbevuto. La cultura non si inculca. La cultura è tutto ciò che un popolo condivide. E queste culture non sono “nere”. Perché i “neri” sono la vera invenzione. Se visitaste il continente africano da Nord a Sud, da Est ed Ovest… vedreste che i “neri” non esistono, esistono i popoli e hanno caratteristiche fisiche, culturali e tradizionali molto diverse. Come si è accorto d’altronde forse l’unico autore europeo (le cui opere sono fortunatamente tradotte in italiano) degno di essere letto per capire alcune delle questioni africane, e parlo dello scrittore polacco Ryszard Kapuscinski (Ebano, 1998, certamente un buon inizio).

Insomma, in parole molto semplici, ci sono bianchi o meno bianchi o, se preferite, neri e meno neri ma, teniamolo bene a mente, per quanto visibile e caratterizzante, la pelle è un elemento del tutto irrilevante. Ma poi non ho capito cosa avrà di così particolare quella degli africani sub-sahariani. Non perdiamoci d’animo, quello che personalmente non sopporto è che ora buona parte dell’Italia associa gli “immigrati” al continente africano. E, permettetemelo di dire, un po’ stupidamente lo giustifichiamo pensando che “l’africano” per sua natura (o per la sua pellaccia) migra, magari in groppa ad un elefante o un leone. La grande verità è che l’immigrazione irregolare interessa in maniera rilevante 5 o 4 paesi (su 54) che vantano popolazioni che sono il triplo di quella italiana (e quindi quelli che arrivano qui sono solo briciole). Ciò nonostante, il pensiero dominante, la convinzione più tristemente ricorrente, ritiene che in Africa, tutta l’Africa, non ci sia speranza. Non c’è futuro. Nessuna redenzione. Ecco perché queste persone scappano ed è il motivo sacrosanto per cui dobbiamo accoglierli. In Italia si pensa genuinamente che lì i popoli non abbiano fatto assolutamente nulla. Sono poveri, nullatenenti e che perciò noi dobbiamo condividere quello che abbiamo anche perché “abbiamo rubato loro tutto”. Una narrativa che cozza (“di brutto”, si direbbe a Roma) con quello che è accaduto e accade in molti stati africani oggi, in Italia e nel mondo. Purtroppo ci sono “forze del male” che vogliono l’africano così. Un cucciolo in via d’estinzione, da tutelare, aiutare, accomodare e accogliere. Non fraintendetemi, non è sbagliato fare tutte queste cose, ma è bene farle quando è il momento di doverle fare. Gli africani – peggio se hai un bel po’ di melanina – non sono mai trattati o ritenuti pari. E questo lo crediamo tutti, non solo italiani, ma africani (generalmente), cinesi, americani, inglesi, francesi, tedeschi, e chi più ne ha più ne metta. Chi sono io per dire tutte queste cose? Un italiano, un cittadino italiano. Ho origini ugandesi e questo non dovrebbe portare alcuni smaliziati a pensare sia uno che rinnega, anzi. La mia posizione è una reazione a un certo “rinnegare”. In Italia si passa dall’ingenuo al grottesco anche perché fortunatamente non ha una storia oppressiva e intrisa nel sangue come quella americana. Mio padre giunse in Italia con una borsa di studio sul finire degli anni ’70. Studiò Italiano all’Università per Stranieri di Perugia per poi dirigersi a Pavia e studiare Ingegneria elettronica. Era l’epoca del terrorismo di Stato e delle lotte studentesche. Mio padre mi racconta come ad una porta dell’università (non ricorda bene di quale aula) c’era scritto “Vietato l’ingresso ai terroni”. Un po’ ingenuamente, e non capendo la parola cosa volesse dire, chiese gentilmente se poteva entrare a un ragazzo bello robusto, pelato, che stava lì fuori impalato: «Sai cosa mi disse, Ian? Tu puoi entrare, sono gli altri che non vogliamo. Ora, col senno di poi, posso dirti figliolo che l’Italia è un Paese molto strano». Già, e lo stesso si può dire dell’Uganda ma questa è un’altra storia.

 

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