Josef Lushi, nato a Perugia, scrive a Radici per declamare il suo sovranismo. Imen Boulahrajane, studentessa universitaria di Varese, ci racconta il suo impegno politico nel Pd.

Mi chiamo Josef Lushi, ho diciotto anni e sono nato a Perugia. I miei genitori provengono da due mondi diversi: mamma dall’Ecuador con origini anglosassoni – visto il cognome che portavano i miei antenati, Rocks – e papà albanese. Sono studente di informatica, arrivato al quinto anno delle superiori, e quest’anno dovrò affrontare gli esami di maturità. Il mio sogno, la mia vocazione, è sempre stata la politica e me ne sono interessato sin da quando ero ragazzino: avevo circa dodici anni quando cominciai a seguirla veramente e appassionarmi. Appena finirò la scuola, vorrei frequentare Scienze politiche per poter un giorno lavorare in qualche istituzione oppure ambire a una carica pubblica. In diciotto anni ho portato alla perfezione la mia integrazione come italiano. Da sempre sono curioso della storia della terra che mi ha dato i natali, intesa come la nazione, la Regione e il Comune. In questo percorso di integrazione mi hanno aiutato tutti: la scuola, dove ho imparato ad apprezzare la nostra storia, cultura e arte; i miei concittadini perugini, da cui ho imparato il dialetto. Ho viaggiato, come l’imperatore Adriano, per l’Italia. Tutte queste cose mi hanno fatto sentire profondamente nazionalista e orgoglioso della patria in cui sono nato. È una fortuna essere nato in un Paese del genere che, nonostante i suoi difetti, amo per quello che è. Indubbiamente chi ha ascoltato le mie esperienze e le mie riflessioni non ha fatto altro che dire la classica frase: “Tu sei più perugino d’altri o più italiano d’altri”. In quanto italiano, mi sono sempre sentito male nel vedere il mio popolo mortificato e umiliato da questa crisi e da politici incapaci di ascoltarlo e di aiutarlo. Per questo la notizia dei ragazzi italiani di origine marocchina mi ha fatto arrabbiare. Hanno ottenuto la cittadinanza, ora dovranno essere giudicati come chiunque altro. Essere cittadini italiani, non deve essere uno scudo che ti autorizza a fare ciò che vuoi, anzi devi rispettare la legge. Per questo, sono convinto, che si dovrebbe revocare loro la cittadinanza, perché hanno violato un patto con il paese che li ha accolti. Una volta scontata la pena, dovranno essere rimpatriati nei loro Paesi d’origine. Quando acquisiscono la cittadinanza si sentono protetti, e la cittadinanza diventa uno scudo. Devono essere giudicati colpevoli. Se lo stato ti ha dato la cittadinanza perché tu l’hai richiesta è legittimato a togliertela. È come se ti ritirassero la patente a vita per aver commesso un grave reato.

Per questo simpatizzo per la Lega, partito vicino al popolo e conforme alle mie idee, che mi ha accolto a braccia aperte come un loro fratello. La mia ambizione è quella di poter raggiungere uno scranno politico per poter servire il mio popolo, come mi sento in dovere di fare. Per esempio, ho fatto uno stage nel mio Comune. Lì ho raccontato la mia storia, parlando della mia Perugia e del suo dialetto. Si sono meravigliati per come ragionavo e per aver sentito parlare così un italiano di origine straniera. La nostra prof di italiano ci ha chiesto le nostre origini e come sono arrivati i nostri genitori. Dalle mie parti sono tutti perfettamente integrati. Inoltre, ho visto dei dati secondo i quali l’Umbra è fra le regioni dove gli immigrati si integrano meglio. Perugia è probabilmente l’unico Comune di centrodestra con un assessore nero (Dramane Diego Wagué, n.d.r.). Io l’ho conosciuto durante lo stage. È un’ottima persona, simpatico e stimato da tutti, me compreso. Agli italiani manca il patriottismo. Per come la penso io, ovviamente.

 

Sono Imen Boulahrajane, una studentessa di 23 anni nata in provincia di Varese, fiera culla del leghismo. Neanche a farlo apposta sono cresciuta nel comune di Cassano Magnago, la città natale di Umberto Bossi. Fin da piccola alle elementari mi ripetevano tutti che ero fortunata: essere il frutto di due culture è una ricchezza. Ma io non capivo. Come può essere una ricchezza qualcosa che mi chiedeva una sforzo per integrare due culture diverse? Solo a distanza di qualche anno iniziai a capire il vero senso di quelle parole. Sono stata fortunata a crescere con due visioni diverse, ma nello stesso tempo vicine per tanti aspetti. Il Marocco da buon Paese mediterraneo è molto più simile all’Italia di quanto si possa pensare. Basti pensare al ruolo centrale della famiglia, all’importanza dei momenti conviviali e dell’ospitalità. Immaginate la Sicilia fatta a paese e avrete il Marocco. Per questo non posso che amare entrambi questi magnifici Paesi.

I miei genitori lasciarono il Marocco per lo stesso motivo per cui migliaia di ragazzi lasciano oggi l’Italia: per crearsi la vita che sognavano per loro e per i loro figli. Il Marocco fortemente in crescita di oggi non è quello di trent’anni fa: per avere un riconoscimento per la fatica degli studi non c’era altra scelta che espatriare. Sono molto felice abbiano trovato un Paese accogliente, cordiale e con un senso di volontariato fortissimo, la cosa che più impressionò mia madre. Tanto da avviarsi subito anche lei al mondo dell’attivismo sociale. Grazie anche all’esempio di mia madre mi avvicinai anche io al sociale fino a finire in quello della politica.
Se si pensa alla natura del volontariato e della politica il fine che entrambi perseguono è esattamente lo stesso: aiutare gli altri. Vorrei che un giorno i miei coetanei non siano obbligati a lasciare il loro Paese per mancanza di scelta, come fecero i miei genitori trent’anni fa.

 

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Credits: radici.online

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