Tutto quello che non sappiamo sui 53 milioni di immigrati che vivono in Europa

Gli immigrati in Europa sono 53 milioni. Chi sono e da dove vengono? Dove vivono e quali sono le loro prospettive di integrazione nei Paesi che li ospitano? Un nuovo report ci offre un panorama più nitido per imparare a discernere, senza affidarsi alle percezioni.

Uno su dieci cittadini dell’Unione europea oggi vive in un Paese diverso da quello dove è nato. Il 90% vive in Europa occidentale e meridionale, compresa l’Italia, da oltre cinque anni. Contrariamente alle diffuse percezioni, uno su due è un europeo, mentre i migranti provenienti da Paesi africani sono meno del 20% e, tra questi, i rifugiati e richiedenti asilo sono solo un’esigua percentuale. Il terzo rapporto annuale dell’Osservatorio sulle Migrazioni presentato dal Centro Studi Luca D’Agliano di Milano e il Collegio Carlo Alberto di Torino offre un quadro d’insieme sugli immigrati che vivono nell’Unione Europea oggi.

Tommaso Frattini, autore del rapporto, ci ha fornito un’ulteriore chiave di lettura per aiutarci a rimettere a fuoco la narrazione sull’integrazione in Europa. Invece di guardare ossessivamente solo alla punta dell’iceberg, ovvero a chi sbarca dalle navi, bisognerebbe guardare con più attenzione ai milioni di immigrati – europei e non – che formano la mole dell’iceberg sotto la superficie del mare e faticano sempre più ad integrarsi pienamente nelle nostre società.

Attualmente ci sono oltre 53 milioni di immigrati nell’Unione europea. In media, su ogni dieci immigrati, cinque sono europei, due africani o medio orientali, altri due asiatici, e uno viene dalle Americhe. Ma l’immigrazione di massa non è un fenomeno nuovo in Europa. La maggior parte degli immigrati vive nel suo attuale Paese da molto tempo. Solo il 20% è emigrato negli ultimi cinque anni. 

Dove vivono?

Il 90% dei migranti vive nei Paesi dell’Europa occidentale e meridionale, compresa l’Italia. Che le percezioni siano spesso scollate dalla realtà, lo dimostra il fatto che alcuni dei Paesi quali la Romania, la Bulgaria, la Polonia e l’Ungheria, dove l’immigrazione è più malvista, hanno una percentuale insignificante di immigrati (dallo 0.1% al 3%). In Italia non si arriva neanche al 10%, e la maggior parte degli immigrati vive nel nostro Paese da più di cinque anni. Altri Paesi Ue invece hanno percentuali di immigrazione molto più elevate. In Lussemburgo, dove i banchieri e i finanzieri di tutta Europea si mescolano ai figli dei minatori italiani e portoghesi, il 50% della popolazione è di origine straniera. 

Le differenze tra gli europei e i non-europei

«Abbiamo constatato che in generale gli europei, e soprattutto i cittadini dell’Ue, hanno prospettive migliori degli extra-europei», ci ha spiegato l’autore del rapporto Tommaso Frattini. «Gli europei hanno un livello di istruzione più alto, soprattutto quelli che provengono dall’Est e hanno maggiori probabilità di trovare un impiego più consono alle loro conoscenze grazie al riconoscimento dei loro titoli di studio e delle qualifiche professionali. E poi, se le cose vanno male, possono facilmente andare in un altro Paese Ue».

Come è cambiato il loro profilo negli ultimi quindici anni?

«Vi è stato un complessivo e progressivo peggioramento delle condizioni degli immigrati in tutti i Paesi dell’Unione», constata Tommaso Frattini. Perché? Nonostante un terzo degli immigrati abbia una laurea universitaria, complessivamente, negli ultimi quindici anni il loro livello di istruzione medio si è abbassato. Questo non ha agevolato l’integrazione nel mercato del lavoro europeo. I dati mostrano infatti che gli immigrati sono sempre più concentrati in occupazioni poco qualificate rispetto ai cittadini del Paese ospitante. Ricevono salari inferiori (del 5%) e hanno una più alta probabilità di essere tra i più poveri e meno chance di far parte dei ceti più alti. 

Le prospettive di integrazione 

Secondo Tommaso Frattini «è sostanzialmente impossibile per i non-europei entrare in un Paese europeo per ragioni di lavoro: l’unico canale è il ricongiungimento familiare, ma chi entra in questo modo ha ancora più difficoltà ad integrarsi». Questo vale soprattutto per l’Italia dove nel 2017 il 60% dei nuovi permessi di soggiorno è stato dato per ricongiungimento familiare, ma dove, per esempio, il tasso di insegnamento della lingua (l’italiano) ai nuovi arrivati è fra i più bassi in Europa. 

Un altro scoglio è la naturalizzazione. Pur essendo considerato un traguardo importante del processo di integrazione, le variazioni all’interno dell’Ue sono significative e dipendono dalle politiche nazionali. In Svezia, due su tre immigrati ottengono la cittadinanza dopo dieci anni e ben il 90% dopo quindici. In Italia, invece, solo uno su dieci ottiene la cittadinanza dopo dieci anni e il 23% dopo quindici.

«Rendere l’iter burocratico sempre più difficile per ottenere la cittadinanza restringendo le norme, aumentando le prove da superare e i costi non favorisce l’integrazione economica e culturale», riflette Tommaso Frattini,
«aprire più canali legali per l’immigrazione in Europa, al di là della libera circolazione, potrebbe invece aiutare ad agevolare l’entrata di migranti non-europei qualificati aumentando anche le prospettive di integrazione».