Magid Magid, neo europarlamentare britannico di origini somale: «Siate gentili, non fate gli stronzi»

Irriverente, caparbio, provocatorio. Con una storia da film e uno stile politico dirompente, il giovane rifugiato somalo musulmano nel giro di pochi anni è passato da semplice attivista a sindaco, approdando ora a Bruxelles. Il suo slogan? “L’immigrazione rende la Gran Bretagna grande”.

Magid Magid, 29 anni, è arrivato in Gran Bretagna dalla Somalia con i fratelli e la madre nel 1994 quando ne aveva solo 5. Fuggivano dal conflitto. Non conoscevano la Gran Bretagna. Non parlavano inglese e hanno dovuto ricominciare da zero. È cresciuto nel quartiere di Burngreave, il melting pot di Sheffield. Caparbio e tenace, Magid ha imparato a parlare inglese con un forte accento dello Yorkshire, ha finito la scuola e si è diplomato in biologia marina all’università di Hull. Ecologista convinto, ha deciso di entrare in politica per contrastare l’ascesa della destra e del UK Indipendence Party di Nigel Farage nella sua regione. 

Con il soprannome ‘Magic Magid’, dal 2016 a oggi Magid Magid è riuscito a catturare l’immaginario popolare. Eletto consigliere comunale con i verdi nel 2016, è divenuto Lord Mayor (sindaco) di Sheffield nel 2018. Il primo sindaco profugo, mussulmano, di origini Somale e il più giovane mai eletto. Il suo stile irriverente di fare politica ha spesso fatto notizia. Ha rotto con la tradizione alla cerimonia per il suo insediamento suonando la marcia imperiale di guerre stellari. Nel suo ritratto ufficiale indossa il medaglione d’oro massiccio da Lord Mayor sopra una giacca di jeans bianca, il suo solito cappellino giallo portato all’indietro e le scarpe Dr. Martens ai piedi. In occasione della visita del presidente americano Donald Trump in Inghilterra nel 2018, Magid Magid lo ha ‘bandito’ da Sheffield. Ed infine, ha insignito il rapper Otis Mensah della carica di poet laureate – poeta ufficiale – di Sheffield

Ma ‘Magic Magid’ non è solo questo. Con un messaggio semplice quale “Stand up to hate” e una campagna politica a favore dell’immigrazione è riuscito ad arrivare al cuore dei suoi concittadini che lo hanno eletto come loro rappresentante a Bruxelles. E prima di partire ha scritto una lettera d’amore a Sheffield, pubblicata sulla sua pagina web, in cui scrive “Anche se non sono originario di Sheffield, le appartengo. È grazie a lei che sono chi sono….Sheffield è e sarà sempre casa mia.” 

Magid Magid, direi che dal 2014 ad oggi ne ha fatta di strada. Ma cominciamo dall’inizio. Com’è arrivato in Gran Bretagna?

«Sono partito dal Somaliland, in Somalia, con la mia famiglia e siamo giunti a Sheffield nel 1994. Avevo 5 anni e nessuno di noi sapeva parlare inglese. Non si sceglie mai di lasciare casa propria, o il Paese dove sei nato con leggerezza. Noi siamo dovuti fuggire per via del conflitto armato in Somalia e abbiamo richiesto asilo in Gran Bretagna».

E com’è stato crescere a Sheffield per un bambino arrivato dalla Somalia? 

«Mia madre ci ha cresciuti da sola. Non parlava la lingua e abbiamo dovuto aiutarla. Le facevamo da traduttori con i vicini, con le autorità, compilavamo i formulari, e così via. Per me la lingua non è stato un ostacolo. Ero piccolo, ho imparato a parlare inglese a scuola giocando con i compagni e mi sono integrato in poco tempo».

E da allora cosa è cambiato?

Ho l’impressione che negli ultimi anni si sia tornati indietro, che ci sia stata un’involuzione. Politici come Nigel Farage, Boris Johnson ed altri hanno adottato un linguaggio xenofobo, e a volte apertamente razzista, normalizzandolo.

«Per esempio, gli ‘hate crime’ a sfondo razzista sono aumentati dopo il referendum sulla Brexit. Al contempo, ho notato una rinascita sociale e politica a Sheffield. Molti hanno reagito, si sono mobilitati per contrastare questo disagio, questo rancore crescente contro ‘l’altro’».

Anche lei ha reagito? Come mai è entrato in politica?

«Sì. È stato cinque anni fa proprio durante la campagna per le elezioni europee che ho deciso di fare qualcosa. Non sopportavo di vedere Nigel Farage e i politici di destra raccogliere un tale consenso elettorale a Sheffield e nel Paese. Ho pensato che forse anche io, nel mio piccolo, potevo contribuire a respingere questa onda d’odio e intolleranza nel mio Paese. In realtà non sapevo quasi nulla di politica. Non avrei saputo neanche spiegare la differenza tra la destra e la sinistra. Ho cominciato ad informarmi, a leggere, a guardare video e mi sono ‘politicizzato’. Ho aderito al partito dei verdi perché era quello che più rispecchiava ciò in cui credo. Sono stato attivista nel partito dal 2014 fino al 2016 quando sono stato eletto consigliere comunale».  

Il suo approccio alla politica è piuttosto individuale, molto spontaneo e diretto. Perché pensa che funzioni per far passare i suoi messaggi?

Le persone sono stanche di sentirsi sempre ripetere le stesse cose. Ma ho imparato che anche se non ricordano quello che gli dici, difficilmente dimenticano le sensazioni che gli trasmetti. Tra tutto questo rumore, però, è difficile attrarre l’attenzione per farsi ascoltare. Bisogna distinguersi in qualche modo, dare nell’occhio. Questo è ciò che cerco di fare io.

«Alcuni mi hanno criticato per i miei modi poco ortodossi. Ma io voglio essere vicino alla gente, sono alla mano, accessibile. Sono fatto così io».

In un momento in cui la Gran Bretagna è così divisa e tormentata, lei ha osato andare controtendenza con un messaggio provocatorio quale “l’immigrazione rende la Gran Bretagna grande” stampato su una t-shirt che è divenuta il suo trademark. Perché lo ha fatto? 

«È vero. Ho indossato quella t-shirt per tutta la campagna elettorale. O meglio, ne avevo varie tutte uguali, non indossavo sempre la stessa! Era molto importate per me fare arrivare quel messaggio. Era il fulcro della mia campagna, ciò in cui credo profondamente. Troppo spesso ci limitiamo a lamentarci di tutto quello che non va. Io sono diverso e volevo trasmettere un messaggio positivo, di speranza. Voglio ispirare chi mi ascolta, farli sognare. Certo, non tutti lo hanno recepito. Anch’io sono stato insultato a volte».

E in questi casi cos’ha fatto?

«Non tutti possono essere d’accordo con me, è normale. Ma non mi sono certo fatto intimidire. È importante dialogare anche con chi non la pensa come noi. Sono conversazioni difficili ma necessarie per capire che cosa spinge certe persone a pensarla diversamente, per comprendere da dove viene il loro disagio. Ho imparato che bisogna cambiare il modo di porsi. Bisogna ascoltare ciò che tutti hanno da dire per non lasciare nessuno indietro».

Un altro messaggio irriverente che ha usato nella sua campagna è stato: “Be kind, don’t be a pr**k” (siate gentili non fate gli str***i). Come le è venuto in mente?

«Questo era il primo di dieci ‘comandamenti’ che ho scritto in occasione di un festival di musica a Sheffield. Era volto a un pubblico giovane. Volevo far passare il messaggio nel modo più diretto possibile. Troppo spesso oggi ci dimentichiamo di trattare il prossimo con gentilezza e ci comportiamo invece male, da stronzi, verso gli altri. Questo messaggio segue la linea rossa della mia narrazione ottimista».

Lei ha contestato apertamente politici nazionalisti e sovranisti quali Nigel Farage, Marine Le Pen e Matteo Salvini. Cosa vorrebbe dire a Matteo Salvini?

A Matteo Salvini vorrei dire che è inaccettabile che continui a seminare intolleranza, odio e divisione con la sua demagogia. Non lasceremo che le nostre comunità vengano divise da politiche come le sue e che usi migranti e rifugiati come un vero e proprio capro espiatorio. Quello che Salvini sta facendo nei confronti dei migranti in Italia è spregevole e deve finire.

C’è qualcosa che vuole dire agli italiani?

«Italiani, siete un popolo meraviglioso. Avete una storia migliore da raccontare, una storia che vi contraddistingue. Non lasciatevi abbindolare da Salvini. Contrapponete la speranza all’odio. Ho in programma di visitare l’Italia quest’estate, non vedo l’ora!»