Le vittime collaterali della pandemia (e le nuove generazioni di italiani che fanno da ponte per Sant’Egidio)

NRW ha deciso di chiedere ai propri lettori di sostenere la comunità di Sant’Egidio e il suo lavoro di coesione sociale nel pieno dell’emergenza. Vi raccontiamo quindi cosa stanno facendo i nuovi italiani, che a Milano scelgono di restituire ciò che hanno ricevuto.

DiCristina Kiran Piotti

Apr 24, 2020

Quando fai parte della Comunità di Sant’Egidio a Milano, dovresti averle viste tutte. Ulderico Maggi si occupa di anziani, migranti, senzatetto: sono pochi gli spazi della solidarietà e del dolore lasciati vuoti da questa storica realtà, in una città che, in fatto di solidarietà, ha una lunga e consolidata tradizione.

Il virus dell’indifferenza

Invece, una pandemia è bastata per portare a galla nuove mancanze e le storture, nella gestione della fragilità altrui: «Prendiamo i luoghi dove, da noi, si può trovare aiuto e accoglienza, i posti letto. A Milano, a fronte di un sistema decisamente solido dal punto di vista numerico, la pressione che si è creata fin dalla metà marzo non ha permesso di accogliere nuove persone che avrebbero voluto ripararsi perché, captando quanto stava succedendo, si sentivano ulteriormente in pericolo per strada. È così diventato evidente che, nella gestione della vulnerabilità, non si può solo guardare ai numeri, ma si deve pensare alla qualità e alla persona».

Le unità mobili, racconta, non si sono mai fermate e hanno continuato ad andare in strada per offrire aiuto e supporto. Hanno incontrato un numero crescente di persone, italiane e straniere, affamate («Il bar, la panetteria o la pizzeria di zona che, di solito, li aiutavano con gesti di solidarietà sono chiusi e si è creato subito il vuoto»), spaventate («Per strada c’è chi soffre di problemi psichiatrici anche gravi»), isolate («Immaginate di essere gli unici per strada, di avere paura, di non avere un cellulare e che tutto quello che vi arriva è filtrato da voci e sentito dire»). Ad un mese e mezzo dal blocco cittadino, però, sono due in particolare le gocce che hanno fatto traboccare il vaso, spiega Maggi. Per prima cosa le multe ai senzatetto, sprovvisti di permesso per trovarsi in strada:

Abbiamo assistito ad una certa insofferenza, un generalizzato senso di fastidio, come se l’essere per strada fosse una colpa, e la multa ne è stata la riprova. Ora abbiamo fornito una certificazione per chi ha residenza da noi e, agli altri, una lettera che dice che gli operatori di Sant’Egidio conoscono la persona.

La seconda questione si consuma in questi giorni. Dopo essere riusciti ad assicurare, di concerto con il comune di Milano e altre associazioni, appena quattro bagni chimici per i senzatetto di tutta Milano, un quinto è ancora in cerca di collocazione, perché gli abitanti della zona individuata se ne sono lamentati: «Trovo semplicemente incivile che, nel pieno di questa situazione, ci sia chi si lamenta di un bagno chimico, senza riuscire ad aprire la propria mente alla dimensione collettiva adeguata. Ma, ripeto, sono tante le inadeguatezze che questa crisi ci sta riproponendo». Ad esempio, prosegue Ulderico Maggi, il caso delle Rsa: «Non è stata solo la riprova di un modello di gestione sbagliato. Si è evidenziata una impostazione culturale che non fa nulla per evitare che gli ultimi e i fragili si sentano abbandonati».

Genti di pace

Maggi parla non solo perché Sant’Egidio si è sempre occupata di assistenza domiciliare e co-housing, ma perché, nel mezzo di tanto dolore, ha in mente un episodio agrodolce: «È la storia di una donna latinoamericana, Marlene, che fa parte di Sant’Egidio da anni e ha iniziato ad andare regolarmente in un istituto per far visita agli anziani, dove ha conosciuto una signora della quale è diventata profondamente amica. Una storia che ha un valore enorme perché, nell’iperdistanza delle loro vite, non si sarebbero forse mai incontrate, se non nello stereotipo che le avrebbe volute una badante dell’altra. Invece, secondo me è stato proprio il senso di quell’incontro ad allungare la vita dell’anziana senza permetterle di lasciarsi andare, fino a che, purtroppo, in queste settimane è stata portata via dal Coronavirus, lasciando una ferita devastante nella vita della sua amica».

Una storia tragica, ma avvolta di speranza, perché Marlene fa parte di un movimento molto speciale, nato all’interno della Comunità: «Il movimento “Genti di pace” è costituito da persone di origine straniera che hanno frequentato la Comunità di Sant’Egidio e che oggi prendono parte alle attività dell’associazione: è un movimento di nuovi italiani, anche se non tutti lo sono per lo Stato, che provengono da mondi culturalmente diversi ma si chiedono come restituire ciò che hanno ricevuto: restituire e costruire qualcosa significa esprimere un sentimento di cittadinanza e appartenenza. In alcuni casi c’è chi da anni non vede i propri genitori: facendo compagnia ad un anziano, vede un genitore, e viceversa».  

Anche in questi giorni, nei quali le difficoltà di chi è per strada sono acuite dall’isolamento generale, le “Genti di pace” continuano a operare: «Tra i nostri punti di riferimento, c’è Fouad, un uomo di origine maghrebina, con un lavoro e una bella famiglia. Una vita non facile, la sua, ma di sera, finito di lavorare, da tre anni a questa parte è parte delle unità di strada».

Fouad è un fondamentale, non tanto e non solo perché parla arabo, ma proprio per la sua storia, perché porta con sé un’immagine di futuro possibile a chi per ora non ce l’ha fatta. Ma per il quale la speranza, in questo momento, significa tantissimo»

NRW ha deciso di sostenere i progetti di Sant’Egidio per aiutare le vittime collaterali della pandemia: i senzatetto, siano essi italiani o stranieri. Per partecipare attivamente, fare una donazione, qui trovate le istruzioni.

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