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Secondo la scrittrice e sceneggiatrice Francesca Melandri, occorre una radicale presa di responsabilità da parte del sistema mediatico, che al momento quando parla di immigrazione calca sulla spettacolarizzazione ansiogena. Mentre, al di là di quello che raccontano i media, i nuovi italiani sono già parte integrante della società.

L’arte non rivoluziona la società. Con le canzoni, è possibile aiutare le persone a maturare consapevolezza e fare piccoli passi verso il cambiamento, ma la rivoluzione sociale avviene attraverso iniziative della politica.

Gato Barbieri, Argentina, musicista

 

Francesca Melandri, cinquantaquattro anni, romana, è sceneggiatrice, scrittrice e documentarista. Otto anni fa pubblica il suo primo libro Eva dorme, edito da Mondadori, in cui ripercorre gli anni del terrorismo sudtirolese. Nel 2012 con Più alto del mare, pubblicato da Rizzoli, è arrivato tra i finalisti del Premio Campiello. Nel 2017 sempre per Rizzoli pubblica Sangue giusto sull’Italia coloniale ma non solo, di cui parla anche in questa intervista.

(foto di Elisabetta Claudio)

Francesca Melandri secondo l’Onu nei prossimi 30 anni sette milioni e mezzo di africani cercheranno di arrivare in Europa. C’è chi dice “invasione”. Lei in Sangue giusto scrive invece che «le migrazioni sono come le maree, non si possono fermare». Come si risponde a questo sentimento di paura?

“Sette milioni in 30 anni” suona tantissimo, e così è stata urlata questa cifra dai media italiani. In realtà sette milioni in 30 anni vuol dire circa 230.000 ogni anno per un continente di più di 500 milioni di persone, ovvero lo 0,046%. Definire “invasione” un aumento dello 0,046% all’anno della popolazione migrante può farlo solo chi è o molto ignorante o molto in malafede. È usare i dati come arma di angoscia di massa invece che inserirli in una cornice di riferimento oggettivo, come dovrebbe fare un giornalismo degno di questo nome.In realtà l’International Migration Report dell’ONU dice anche un’altra cosa: l’80% degli africani che emigrano dai loro Paesi di provenienza si dirige verso altri Paesi dell’Africa, non verso l’Europa. E dice anche che i migranti che arriveranno in Europa non saranno sufficienti a compensare la perdita demografica dovuta all’invecchiamento della nostra popolazione. Ci aspetta quindi il cosiddetto “inverno demografico”, come lo chiamano i sociologi, che metterà a dura prova le società europee basate sullo stato sociale: il diritto alla salute e all’istruzione pubblica, alle pensioni eccetera. Se quindi si guardano le cose strettamente dal punto di vista del nostro interesse è in effetti un problema questa cifra di sette milioni, ma perché è irrisoria. La paura, quindi, direi che innanzitutto si combatte con un giornalismo che fornisca adeguate cornici d’interpretazione alle informazioni. Occorrerebbe una radicale presa di responsabilità da parte del sistema mediatico italiano (e non sto parlando di fake news o di social network, sto parlando proprio di media mainstream: reti televisive nazionali e grandi giornali ), un deciso cambio di passo. Un prendere atto da parte del mondo dell’informazione che andando avanti così si mina la capacità dei cittadini di formulare opinioni informate e quindi la stessa democrazia. Purtroppo però non sono affatto ottimista sul fatto che questo succederà in tempi brevi. In Italia gran parte della narrazione mediatica fa esattamente l’opposto e calca sulla spettacolarizzazione ansiogena. Non a caso siamo al primo posto tra i Paesi europei per discrepanza tra i dati della realtà e la loro percezione: una vasta maggioranza di italiani pensa di vivere in un mondo che di fatto non esiste. Un mondo, per esempio, dove è in corso una inesistente invasione di africani.

In Europa e in Italia soffia un forte vento razzista. È sempre stato così?

La cosa interessante – anche questo dicono i dati, a volerli leggere – è che c’è una correlazione inversa tra presenza di migranti in una comunità ed episodi di razzismo. In Germania gli episodi più violenti di razzismo si sono verificati nei Länder dell’Est, dove la presenza di non-tedeschi è irrisoria in confronto alle grandi città nell’Ovest del Paese. Così anche il Paese europeo che in questo momento è più esplicitamente razzista – nelle leggi e nelle dichiarazioni dei suoi politici – è l’Ungheria, che di migranti nell’ultimo anno ne ha accolti la stratosferica cifra di poche centinaia.
Ma forse vale la pena allargare lo sguardo, non solo nello spazio ma anche nel tempo. Noi italiani siamo portatori di una esperienza unica, ovvero di essere oggi Paese di destinazione delle migrazioni ma anche, storicamente, di partenza. Il razzismo quindi noi lo conosciamo bene e da entrambi i lati. Per non parlare di quello interno, da cui i cartelli “Non si affitta ai meridionali” nelle città del Nord Italia durante il boom economico. Da questo punto di vista il nostro contributo di italiani al discorso europeo sul, o meglio, sui razzismi potrebbe essere ben più interessante e originale di quello su cui è stato appiattito negli ultimi tempi. Ma del resto ora abbiamo al governo un partito che aveva nel disprezzo contro i meridionali la sua ragione d’essere fondante e che ora usa i migranti come capro espiatorio dello scontento sociale – tutto si tiene.

Alla base del suo libro Sangue giusto c’è l’Italia coloniale. Se ne parla pochissimo. A cosa si è ispirata?

Alla base di Sangue giusto c’è la convinzione che il passato coloniale e il presente delle grandi migrazioni non siano due storie diverse, ma due capitoli della stessa storia. In questa storia enorme, durata mezzo millennio, il colonialismo italiano ha svolto una parte modesta e tardiva in confronto a Paesi come il Regno Unito o la Francia, però io sono italiana e quindi quella racconto, attraverso le tre generazioni della famiglia Profeti. Mi fa però molto piacere che i recensori dei Paesi dove Sangue giusto è stato tradotto l’abbiano spesso definito un romanzo che affrontando il rapporto tra colonialismo e migrazioni non parla solo in Italia, ma di Europa.

L’accoglienza sempre, come dicono pure il Papa e la Chiesa, è praticabile? Basta essere “buoni”?

Io rovescerei il discorso e mi rifarei ancora ai dati dell’ONU. Come detto, il nostro sistema previdenziale, la nostra sanità pubblica ecc., hanno disperatamente bisogno di nuovi italiani, ma l’Italia invece non li attrae più: ormai solo pochissimi dei migranti che approdano sulle nostre coste, se possono scegliere, restano nel nostro Paese – e come dar loro torto, visto il clima che si è creato. Inoltre, quella legge autolesionisticamente punitiva che è la Bossi-Fini, rendendo di fatto quasi impossibile l’arrivo per via legale degli immigrati, ha di fatto impedito all’Italia di gestirne in maniera legale i flussi. Ottenendo due fantastici risultati: i migranti rischiano la morte per arrivare invece di salire su un aereo, e il nostro Paese non ha alcun modo di regolare, indirizzare o scegliere chi accogliere.
Ma sono discorsi che a lungo è stato quasi impossibile fare; a Laura Boldrini è stato augurato per anni di essere stuprata da quelle che lei ha osato chiamato “risorse” per aver definito l’integrazione dei migranti qualcosa che rende le società più ricche e dinamiche. E invece che sia così, da sempre, ce lo insegna la Storia.

L’immagine del piccolo Alan annegato su una spiaggia ha fatto il giro dei media del mondo. È diventata parte dello spettacolo?

Il giornalismo sensazionalistico esiste in tutto l’Occidente, ma solo in Italia ha pervaso con i suoi stilemi anche le testate mainstream che si vorrebbero autorevoli. Trionfa una narrazione giornalistica che preferisce l’esaltazione retorica di simboli invece che l’inchiesta e l’informazione. Quel povero bimbo riverso sul bagnasciuga non è stato trattato da bimbo in carne e ossa; è stato trattato da simbolo. Ma i simboli non servono a capire, tantomeno a proporre soluzioni, servono solo a provocare pathos, a “commuovere” – che verbo abusato. Dopodiché quando il loro tempo mediatico è passato, vengono sostituiti dal nuovo simbolo du jour. Nel frattempo la dura realtà delle cose, che dei simboli se ne infischia, va avanti indisturbata.

Secondo l’Istat ci sono 1 milione 200 nuovi italiani: sono anche chirurghi, imprenditori, ricercatori, eppure invisibili… Si fa finta di non vederli, un alibi per non occuparsene?

Se l’Italia fosse come la raccontano i media in effetti non si vedrebbero molto, no. Fortunatamente però li vedono i loro vicini di casa, i compagni di scuola dei loro figli, le donne e gli uomini italiani che se ne innamorano e li sposano, i clienti delle loro attività professionali. Anche qui – questa volta in senso positivo – la realtà, la società va avanti infischiandosene delle narrazioni stereotipate.

I nuovi italiani che vincono nello sport o eccellono nello spettacolo vengono osannati. Siamo rimasti alla Capanna dello zio Tom, lo schiavo che ci piace solo se sta al suo posto e non disturba?

La Capanna dello zio Tom è una figura che ha un suo ruolo nella storia culturale USA per via dall’eredità dello schiavismo e dei linciaggi, fino al presente della carcerazione di massa degli afroamericani. Una storia cioè che con quella italiana non c’entra nulla. Questo, a mio parere, è uno dei problemi del discorso italiano sul razzismo: si usano concetti e paradigmi di risulta, assorbiti dall’egemonia culturale americana ma che non essendo i nostri non ci aiutano molto a capire l’Italia. C’è invece stata storicamente una via italiana all’immaginario razzista sul corpo africano che sarebbe importante conoscere per capire cosa ci sta succedendo e perché. In Sangue giusto ho raccontato per esempio la figura di Lidio Cipriani, antropologo razzista nonché uno dei primi firmatari del Manifesto della Razza, che compì varie spedizioni in Africa con l’obiettivo di dimostrare “scientificamente” l’inferiorità dei neri. Nelle tante doverose commemorazioni dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali del 1938 a mio parere troppo poco spazio è stato dedicato alla loro applicazione contro gli africani. Trovo questa dimenticanza grave, perché i parallelismi tra il razzismo nelle colonie africane e il razzismo nella società italiana di oggi sono, a guardare con attenzione, davvero pervasivi.
Un esempio tra i tanti che si potrebbero fare: l’uso frequente di uomini di origine africana come buttafuori o vigilantes nei negozi e supermercati italiani è in splendida – si fa per dire – continuità con la visione stereotipata del corpo nero maschile armato come qualcosa che “fa paura”, ma anche come la guardia fedele delle proprietà del bianco: l’ascaro in divisa. Un altro esempio: un recente studio ha dimostrato che il maggior numero di tweet di natura razzista in Italia provengono da quelle province sulle cui strade sono più numerose le donne nigeriane vittime di tratta. Nell’Africa Orientale Italiana, parimenti, le leggi razziali ammettevano anzi prevedevano che il corpo delle donne indigene fosse a disposizione dei maschi italiani per (cito testualmente la legge contro il madamato) «espletare i loro bisogni fisiologici», ma allo stesso tempo era punita severamente la creazione di legami affettivi e di convivenza. In altre parole, i razzisti di oggi vedono il corpo della donna africana esattamente come lo definivano le leggi razziste in Africa Orientale Italiana: qualcosa da disprezzare mentre lo si usa.

La letteratura, il teatro, il cinema, si sono sempre occupati di migrazioni e migranti. Gli intellettuali, gli scrittori, che ruolo possono avere in questo dibattito?

L’ultimo premio Strega che si è occupato di migranti è stato Vita di Melania Mazzucco ma lì eravamo noi, quelli che vivevano in tuguri e accettavano di fare lavori con paghe da fame. Ora invece parlare di migranti è diventato quasi una moda. Questo è da un lato comprensibile, vista l’attualità del tema, ma ha anche degli aspetti problematici: rende infatti molto alto il rischio di parlare “su”, invece che “con”, loro. Decenni di contributi di grandi intellettuali africani da Fanon a Biko a Ngugi Wa Thiong’o hanno chiarito da tempo i pericoli insiti nello “sguardo bianco”, quanto esso possa inconsapevolmente perpetuare l’oppressione nonostante le migliori, esplicite, intenzioni. Purtroppo in Italia la scarsa consapevolezza della nostra storia coloniale ha anche avuto, tra i vari effetti negativi, un grande ritardo rispetto ad altri Paesi nell’acquisizione degli strumenti critici degli studi post coloniali. È ancora poco diffusa la comprensione che, tra i tanti modi in cui i migranti possono essere sfruttati, c’è anche quello dell’appropriazione culturale: trattarli da oggetti, invece che soggetti, di narrazione. Per questo penso che chi ha il privilegio di avere una voce pubblica dovrebbe sempre esercitare cautela, quando si mette a parlare di storie altrui. La vera missione di uno scrittore a volte non è parlare, ma dare spazio ad altri e ascoltare.
Un altro contributo necessario, in questo momento di transizione epocale, è pensare in grande. Certo, opporsi alle miserevoli brutture di un governo irresponsabile è importante, ma quello, direi, è compito in quanto cittadini. Il compito specifico degli intellettuali è proporre visioni nuove. Contribuire a far uscire il dibattito dalle cornici anguste in cui è finito, cornici che vengono date come ineluttabili ma che in realtà sono solo costruzioni storiche, e come tali si possono benissimo cambiare. Per esempio: perché il mio passaporto mi da il diritto di viaggiare in 170 Paesi per lavoro o turismo mentre quello di una cittadina del Mali questo diritto non glielo dà? Cosa ho fatto io per meritare questa libertà di spostamento, cos’ha fatto lei per non averla? Diamo per scontato che le merci si possano spostare liberamente per il pianeta ma non le persone, tranne pochi privilegiati, ma chi l’ha detto che debba essere sempre così?
Il fatto è che alla nostra generazione è capitato in sorte di vivere la fine di un evo storico, mentre quello nuovo ancora non è nato. È spaventoso, terrorizzante; ma non ci sono limiti a quello che si può immaginare.

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Credits: radici.online

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