Dopo le elezioni europee. Il Parlamento europeo non è più “so white”… o quasi

Dopo le elezioni, il Parlamento europeo riflette un po' di più la diversità etnica nel continente. Si è infatti passati da una manciata di eurodeputati di origine extra-europea a una trentina, tra cui ben sedici che hanno radici in Africa o nei Caraibi. Chi sono? Ce lo racconta Costanza de Toma. (articolo aggiornato con i…

DiCostanza de Toma

Giu 24, 2019

Alle europee c’è stata un’affluenza che, per la prima volta da più di vent’anni, è salita al di sopra del 50%. L’esito elettorale di questa partecipazione in controtendenza è stato ampiamente analizzato dai media. Pochi però hanno riportato la notizia sulla percentuale delle donne elette al Parlamento europeo che è aumentata dal 36% al 39%, la più alta mai registrata. In alcuni Paesi, come la Svezia, le europarlamentari hanno addirittura infranto il tetto di cristallo, con il 55%.  

Ma il segno che forse i tempi stanno cambiando riguarda gli eurodeputati con origini extra-europee che sono diventati 30, di cui 16 afrodiscendenti. Sono giovani, arrivano da diversi Paesi e oltre la metà sono donne.

Le prime avvisaglie del cambiamento si erano avute nel marzo di quest’anno, quando il Parlamento europeo aveva adottato con una larghissima maggioranza una risoluzione a favore dei diritti delle persone di discendenza africana in Europa. Una risoluzione in cui si sottolineava che, sebbene i cittadini di discendenza africana in Europa siano almeno 15 milioni, uno su tre è stato vittima di discriminazioni o violenze a sfondo razzista, soprattutto fra i più giovani, spesso vittime di “cyber-razzismo”.

Anche la classe politica non ne è immune, come dimostrato dall’eurodeputata italiana uscente Cécile Kyenge. Ma gli afroeuropei sono significativamente sottorappresentati nelle istituzioni politiche a livello regionale, nazionale ed europeo. 

L’autore di questa risoluzione storica, l’eurodeputato britannico di origine indiana Claude Moraes (intervistato da NuoveRadici.World nel dicembre 2018), aveva già denunciato quello che lui definisce «lo sporco segreto» dell’Ue più di dieci anni fa. Claude Moraes fu tra i primi eurodeputati di origine asiatica ad essere eletti al parlamento europeo nel 1999, quasi tutti provenienti dal Regno Unito. Fu lui nel 2004 a fondare il primo intergruppo parlamentare contro il razzismo a cui furono invitati d’ufficio tutti i deputati “non-bianchi”. La lista però non è mai stata molto lunga e Claude Moraes sostiene che alcuni tra questi, soprattutto quelli dei gruppi politici più a destra, non abbiano mai fatto nulla per sollevare il problema e favorire la diversità. Non solo nel Parlamento, ma anche nelle altre istituzioni europee. 

Negli ultimi vent’anni la voce di Claude Moraes si è unita a quella di altri: l’eurodeputata ungherese di origine rom Livia Járóka, il conservatore britannico Syed Kamall, quella della prima eurodeputata italiana di origine africana, Dacia Valent, il socialista francese Harlem Dèsir, la laburista sikh di origine indiana Neena Gill e l’italiana Cécile Kyenge. Tutti impegnati in una “mission impossible”: mantenere vivo l’interesse politico per le minoranze etniche o religiose, denunciando il razzismo in souplesse al cuore dell’Ue. Ma sono pur sempre stati pochi, troppo pochi. E così il messaggio non è passato fino a quest’anno. Prima, con la denuncia di un Parlamento europeo “so white” – come gli Oscar nel 2015 – contro il razzismo verso gli afroeuropei e poi con l’elezione a sorpresa del più grande numero di eurodeputati di origine straniera e afroeuropea mai visto a Bruxelles.

Oggi, guardando le foto e le note biografiche di questa nuova generazione di eurodeputati, si può sperare che forse qualcosa cambierà. È indiscutibile che passare dall’elezione – in Italia – di una sola eurodeputata donna di origine africana a oltre dieci, elette in una rosa di Paesi europei quali il Belgio, i Paesi Bassi, la Svezia, la Francia, il Lussemburgo, il Regno Unito e persino la Germania, sia un segnale da non sottovalutare.

Inoltre, la novità è rappresentata dal fatto che la maggior parte di questi nuovi eurodeputati siano sotto i quarant’anni, al loro primo incarico parlamentare europeo e che vengano da vari schieramenti politici di destra, di centro e di sinistra. Come l’eurodeputata francese originaria del Guadalupe, Maxette Grisoni-Pirbakas, eletta con il Rassemblement National di Marine Le Pen, contrapposta ad altri deputati francesi di origine nordafricana (Younous Omarjee e Leila Chaibi) schierati invece con La France Insoumise di Mélenchon. Giovani approdati da poco alla politica, come ad esempio la giovane e telegenica lussemburghese di origine capoverdina, Monica Semedo, eletta con i liberali o la business woman belga originaria del Burkina Faso, Assita Kanko, che si batte per i diritti delle donne e per abrogare le mutilazioni genitali femminili.

E ancora: l’olandese di origine marocchina Malik Azmani, già parlamentare in Olanda dal 2010; l’ex ministra della cultura svedese originaria del Gambia Alice Bah Kuhnke e la prima eurodeputata svedese di origine sud coreana, Jessica Polfjärd, esperta di economia del lavoro.  

Tra i britannici, cui l’effimera permanenza nel Parlamento dipenderà dalla Brexit, troviamo l’accattivante “Magic” Magid, ex rifugiato somalo già sindaco di Sheffield, che ha fatto dello slogan «gli immigrati rendono grande l’Inghilterra» un grido di battaglia contro i sovranisti.

Con lui giungeranno a Bruxelles anche altri tra cui lo scozzese Louis Stedman Bryce, che si è definito «a gay black man» (‘un uomo nero gay’), e Christina Jordan, britannica di origini malesi, entrambi eurodeputati per il Brexit Party. Ed infine, ritornerà anche il veterano Claude Moraes, rieletto per la quinta volta. Le elezioni europee del 2019 segnano quindi uno spartiacque o quanto meno un passo in avanti: i nuovi eurodeputati porteranno al Parlamento europeo un po’ di melting pot.

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