Dazieri: l’italiano è come Fantozzi quando va a mangiare il sushi e si spaventa

Secondo lo scrittore se in Italia l’ignoranza è ancora alla base del razzismo, è stata fomentata e alimentata dalla classe politica.

Sandrone Dazieri, cremonese, 54 anni, negli anni Ottanta si trasferisce a Milano dove si iscrive a Scienze Politiche. Per necessità e non solo per ideologia si avvicina al giro delle case occupate e poi del centro sociale Leoncavallo, di cui per anni diventa una delle anime più rappresentative. Le sue prime collaborazioni editoriali sono nell’area della controcultura. Nel 1999 pubblica per la Mondadori il noir Attenti al gorilla, con il protagonista che comparirà in altri libri, tradotti poi in venti Paesi. Da poco, sempre per Mondadori, è uscito il suo ultimo thriller psicologico Il re di denari.

Sandrone Dazieri, secondo l’Onu nei prossimi 30 anni 7 milioni e mezzo di africani lasceranno il loro Paese. Molti cercheranno di arrivare in Europa. C’è chi dice “invasione”. Come si risponde a questo sentimento di paura?

Con la cultura e l’educazione. Chi legge molto, chi viaggia molto, chi conosce la storia difficilmente è razzista. E combattendo slogan aberranti come “prima gli italiani”.

Gli episodi di intolleranza verso gli stranieri non si contano più. Siamo diventati un Paese razzista? Lo siamo sempre stato?

Be’, siamo un Paese che ai tempi dei nostri nonni ha voluto le leggi razziali e le colonie africane, quindi direi che il razzismo è quantomeno presente da parecchio. Prima, però, la maggior parte degli italiani erano soprattutto provinciali. Credevano che il loro stile di vita fosse perfetto e la loro cultura superiore, perché glielo avevano insegnato a scuola o al catechismo. Un po’ come quando Fantozzi va a mangiare il sushi e vive tutto con spavento e orrore: non è razzista, è ignorante. L’ignoranza è ancora alla base del razzismo italiota, ma è stata fomentata e alimentata dalla nostra indecente classe politica.

Lei da anni vive tra l’Italia e la Russia. Ci sono gli stessi problemi di intolleranza e razzismo?

Non visibili. Ma esistono gruppi neonazisti che sicuramente non amano gli stranieri.

L’accoglienza sempre, come dicono pure il Papa e la Chiesa, è praticabile? Basta essere “buoni”?

Essere buoni non c’entra niente, l’accoglienza è l’unico modo per gestire una situazione che non si può impedire, quella della migrazione dei popoli. Frontiere e fucili funzionano sino a quando dall’altra parte della barricata non arrivano centinaia di migliaia di persone che vogliono esercitare il diritto universale di attraversare il pianeta e cercare di migliorare le proprie condizioni. A quel punto, se non sei stato capace di gestire i flussi, i flussi gestiscono te. E gestire i flussi migratori si può solo costruendo una società aperta, laica e multietnica.

L’immagine del piccolo Alan annegato su una spiaggia ha fatto il giro dei media del mondo. È diventata parte dello spettacolo?

Certamente. E questo anche per l’aberrante sistema dei media, che differenzia le tragedie in base alla nazionalità delle vittime. Fosse stato un bambino italiano annegato ci sarebbero ancora oggi le fiaccolate.

Secondo l’Istat ci sono 1 milione 200 nuovi italiani: sono anche chirurghi, imprenditori, ricercatori, eppure invisibili… Si fa finta di non vederli, un alibi per non occuparsene?

Sono invisibili come in generale sono invisibili i cittadini inclusi nel contesto sociale. È segno di accettazione e convivenza. Fateci caso: si parla del medico nero solo quando viene insultato da un paziente, ma sta diventando normale incontrarli nei luoghi di cura. Così come è normale, oggi, prendere caffè in bar di proprietà cinese, mangiare la pizza in ristoranti egiziani e così via. Il razzismo italiano, come quello di buona parte del mondo, è sempre ed esclusivamente rivolto ai poveri e agli indigenti. Un nero ricco è una star, un nero povero un clandestino.

I nuovi italiani che vincono nello sport o eccellono nello spettacolo vengono osannati. Siamo rimasti alla Capanna dello zio Tom, lo schiavo che ci piace solo se sta al suo posto e non disturba?

Quello vale sempre, per i razzisti. Ce ne accorgiamo in occasione di vincite sportive perché i razzisti di social e di governo parlano bene di loro, passando sopra alle differenze etniche, ma è così da sempre. Va anche detto, però, che l’accettazione del “diverso” avviene per gradi, anche attraverso fatti eclatanti come una vittoria sportiva.

La letteratura, il teatro, il cinema, si sono sempre occupati di migrazioni e migranti. Gli intellettuali, gli scrittori, che ruolo possono avere in questo dibattito?

Come dicevo prima, la cultura è lo strumento per sconfiggere il razzismo, quindi chi produce contenuti deve essere in prima fila per questo. Ognuno a modo proprio. Scrivendo, facendo film, documentando e, soprattutto, facendo prodotti popolari. I testi di alta letteratura predicano ai già convertiti. Meglio un bel giallo che un saggio.