L’amministratore delegato di uno dei brand più importanti del design italiano ci racconta perché scappare da Sarajevo in fiamme gli abbia insegnato l’importanza di essere un uomo intellettualmente libero.

Damir Eskerica parla con una voce ferma e cadenza indefinita, mentre si muove con compostezza felpata, vagamente british – tutti indizi degli ultimi anni vissuti a Londra, ma che eclissano completamente le sue origini sud-europee. Neo-amministratore delegato del brand Moroso, eccellenza nel campo dell’arredo made in Italy, la storia di Eskerica è uno sceneggiato degno di Netflix. Si apre con un bambino in fuga con una guerra, prosegue con un promettente studente alle Nazioni Unite, continua con un colloquio con la grand dame del design d’avanguardia, Patrizia Moroso, e si conclude nella sede scelta per la nostra intervista: l’elegante store del brand di cui oggi è a capo, nel cuore più raffinato e modaiolo Milano, il quartiere di Brera.

Dove è nato e in quali anni?

«Sono nato in Bosnia, in ex Jugoslavia, nel 1981. I miei primi ricordi sono quelli di un inverno freddo, freddissimo. Era il 1984 e nel febbraio di quell’anno si tennero le Olimpiadi Invernali di Sarajevo, la mia città natale».

Ne parla con grande affetto, pur avendola lasciata così presto…

«Sarajevo ha sempre rappresentato qualcosa che, ancora oggi, ho dentro. È impressionante come certe radici, certi valori che vivi all’inizio della tua vita, poi si rafforzino e diventino parte di te. La Sarajevo della mia infanzia era una città multiculturale fatta di comunità diverse: cattolico-cristiani, ortodossi, musulmani, comunità ebraiche e altre minoranze. Contava credo l’85% di matrimoni misti, e la diversità era un plus. Anche culturale. Registi, musicisti, artisti di primo piano, in Europa, sono nati a Sarajevo, in quegli anni».

Quando ha lasciato la città?

«Sono uscito da Sarajevo che avevo 11 anni. Ricordo tutto con gli occhi di un bambino: momenti felici, allegri, positivi, perché ero troppo piccolo per elaborare il cambiamento in atto e le questioni politiche che si stavano aprendo in quegli anni. Nel 1992 è cambiato tutto, le cose sono precipitate molto velocemente».

Nel 1992 inizia, per Sarajevo, il più lungo assedio nella storia del secolo scorso. Cosa ricorda?

«La città è stata circondata, tagliata in due. Poi gli spari, gli aerei che sorvolano la città, l’esercito. Ma non avevo paura, vivevo tutto quasi con emozione, all’inizio. Ricordo che chiamavo mia madre dicendo: “Guarda, mamma, gli aerei, i soldati!”. Poi certo, è arrivato il peggio. Ho vissuto i bombardamenti, situazioni nelle quali rimani vivo per pura fortuna. E oggi mi dico che in un’ottica di azione e reazione, quelle situazioni hanno insegnato molto a quel bambino. Siamo rimasti sotto i bombardamenti per circa un anno».

Come è riuscito a scappare?

«Con l’ultimo convoglio delle Nazioni Unite, l’ultimo che sia riuscito a lasciare la città. Eravamo solo io e mia mamma: i maschi adulti non potevano lasciare la città. I miei genitori erano separati e mio padre, che era stato per 40 anni professore di matematica alla facoltà di Ingegneria, rimase nella città sotto attacco. Io e mia madre siamo arrivati dapprima a Zagabria e da lì, speravamo di andare in Canada, ma non riuscivamo ad avere il visto. Ad aiutarci è stata una famiglia, straordinaria, di San Pier d’Isonzo, in provincia di Gorizia».

Se li ricorda ancora?

«Come potrei dimenticarli? La famiglia Cragnolin. Meravigliosi. Come molti altri italiani, volevano rendersi utili e si misero a disposizione per aiutare i profughi in arrivo. Ricordo ancora i problemi al confine e il signor Adriano che si batteva per noi. Era un uomo coinvolto in politica, ma non era una questione di partito: in quegli anni ho sempre considerato tutto il popolo italiano estremamente accogliente, positivo».

Ho avuto molta fortuna e ancor oggi posso contare su carissimi amici, persone che al nostro arrivo ci hanno dato una grande mano e ci hanno voluto molto bene.

I primi anni in Italia sono stati difficili?

«Eravamo profughi, ricordo le file lunghissime per avere il permesso di soggiorno, ma non ho mai sofferto il peso del mio status di profugo. Al mio arrivo non parlavo una sola parola d’italiano, sono stato inserito alle elementari e pian piano ho imparato la lingua. Poi mamma ha trovato lavoro in una fabbrica vicino a Gorizia e ci siamo trasferiti. Lei era una economista, ma non le avevano riconosciuto alcun titolo di studio, neppure la patente. Non credo comunque che avessimo un gran che con noi, in quanto a documenti: siamo letteralmente fuggiti, di corsa, da una Sarajevo sotto attacco».

Tornando a lei, che percorso ha seguito?

«Sono andato avanti con una borsa di studio, alle superiori, poi ho fatto l’università: Scienze Diplomatiche, sempre a Gorizia. Il mio desiderio, all’epoca, era quello di tornare nel mio Paese d’origine, aiutare nel processo di pace e di ricostruzione. Di pari passo facevo anche un master delle Nazioni Unite, sempre sulla scia di questo sogno: sono molto orgoglioso delle mio origini e mi dispiacerà per sempre quello che è accaduto al mio popolo. Volevo condividere con chi era rimasto lì la grande fortuna che avevo avuto. Ma nel frattempo, le cose sono andate diversamente».

Ovvero?

«Ho sempre lavorato per mantenermi, fin da ragazzo. Avevo fatto l’Erasmus in Spagna e mentre facevo l’università ero entrato nell’ufficio commerciale di un’azienda vicino a Gorizia, che aveva rapporti con la Spagna. Lavoravo e studiavo per una ragione precisa. Quando vivi esperienze come la guerra, come lo scappare dalla tua casa e dai luoghi della tua infanzia, la cosa cui tieni di più è la tua libertà.

Non so, forse parlo per me, ma ho sempre ritenuto importante essere libero mentalmente e, di conseguenza, economicamente. In certe situazioni, sviluppi un livello di determinazione probabilmente superiore alla media.

E il brand Moroso, quando è entrato nella sua vita?

«Ho saputo che stavano cercando un export manager per l’Europa, ho fatto un colloquio: avevo 26 anni. Sì, Moroso crede nei giovani! Anzi, di più. Moroso non ha pregiudizi di sesso, religione, età. Per questo ci siamo piaciuti così tanto, io credo. Dopo quattro anni l’azienda mi ha offerto, a 30 anni, la direzione della consociata a Londra. Sono rientrato quest’anno, con la mia nomina ad amministratore delegato».

Ogni passaggio di vita, una sfida. Come spiega questa sua costante?

«All’inizio, mi affascinava la possibilità che Moroso mi dava di imparare, di crescere. Quando hai una storia personale come la mia, diventa per te fondamentale continuare a crescere, affrontare nuove sfide. E farlo quando qualcuno crede in te e te ne dà la possibilità, è il connubio ideale.

Mi piace uscire dalla mia confort zone, che per me è una delle cose più importanti, a livello mentale. Il che nel mio caso ha significato accettare sfide che mi avrebbero costretto a dare il massimo.

Quando conta la sua storia personale, in tutto questo?

«Moroso lavora in 72 Paesi al mondo, se non hai l’umiltà e l’enorme rispetto nel “vestirti con vestiti altrui”, ovvero capire quale cultura e quali caratteristiche ha un determinato popolo, farai una enorme fatica, come azienda, a raccontarti. Invece di imporre il tuo, devi accettare il meccanismo di pensiero degli altri, che è frutto di una molteplicità di situazioni. In questo modo crei vicinanza, empatia e desiderio di lavorare insieme».

Parla da ex profugo o da manager?

«Da manager. Il business funziona attraverso le persone, numeri e risultati vengono dopo – e di conseguenza, aggiungerei. Senza la volontà di creare relazioni e contatti tra gli esseri umani, il lavoro delle aziende che operano nel mondo ha molto meno senso. Per noi vale così e credo che in questo momento, in Italia come nel resto del mondo, per avere successo sia necessario prima di tutto affrontare questo pensiero di libertà e apertura, mentale prima di tutto».

Foto: Joel Matthias Henry

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