Cresce l’occupazione dei lavoratori extracomunitari: il mercato del lavoro guarda avanti tra problemi vecchi e generazioni nuove

Il "Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro" presentato oggi ci dice qualcosa in più su come, quanto, dove e in che modo lavorano i lavoratori stranieri in Italia. Spoileriamo: non rubano il lavoro a nessuno e non è vero che fanno solo i lavori che gli italiani non vogliono più fare.

Gli ultimi dati ci dicono che in Italia ci sono 2.455.002 lavoratori stranieri tra i 15 e i 64 anni, 399.746 che un lavoro lo stanno cercando e 1.137.742 altri che, per varie ragioni, personali e familiari, le statistiche registrano come inattivi. Il IX “Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro”, presentato oggi a Montepulciano nel corso di “Luci sul Lavoro”, a cura della direzione generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, aggiorna la mappa di questo universo in espansione con molte conferme e diverse sorprese. Vediamole.

L’Italia resta uno di pochi paesi OCSE dove gli immigrati hanno un tasso di occupazione superiore a quello della popolazione nativa. È normale nei Paesi di immigrazione recente — come Grecia, Spagna e Italia, appunto — dove, per farla breve, i lavoratori immigrati lavorano di più perché guadagnano meno, trovandosi ancora in una posizione sociale penalizzante.

Fatta questa premessa, il confronto nel biennio 2017-2018 si presenta con il segno positivo e 26.423 nuovi occupati non comunitari in più nei dodici mesi, pari a una crescita dell’1,6%, superiore a quella della componente italiana (+0.8%, +160.000 unità) e straniera UE (+0,7%, +5.716 unità). Si contrae (-3,5%) anche il numero di lavoratori extracomunitari in cerca di lavoro, passati da 283.796 e 273.995.

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Nel 2018 cresce il numero dei lavoratori con cittadinanza non italiana. Il Sistema Informativo Statistico del Ministero del Lavoro ha registrato 2.207.775 attivazioni, che per un terzo (741.030) interessano lavoratori comunitari, rumeni in testa, e per i restanti due terzi (1.466.745) non comunitari.

Rispetto al 2017, la quota UE delle assunzioni è calata, anche se di poco (-1,3%), più che compensata (+10,8%) dalla quota non UE, cresciuta in proporzione più della componente italiana (+5,7%). A parte Prato — dove il  44,0% dei nuovi rapporti di lavoro riguarda oggi i lavoratori extracomunitari — le province in testa per assunzioni di personale non UE sono Latina (25,6% del totale), Cuneo (25,3%), Piacenza (22,5%), Ragusa (18,9%) e Foggia (18,4%);  per gli stranieri comunitari quelle di Bolzano (26,9%), Ferrara (17,3%) e Trento (16,3%). Escludendo la Pubblica Amministrazione e il lavoro domestico, nel 2018 365.705 datori di lavoro hanno assunto (+5,3% sull’anno precedente) almeno un lavoratore straniero.

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Con che tipo di contratto?  Il 24,6% delle assunzioni di lavoratori non comunitari risultano a tempo indeterminato, una percentuale quasi doppia rispetto quella registrata dai lavoratori italiani (12,5%). Ma attenzione: i contratti continuativi si spiegano almeno in parte con l’elevata incidenza del lavoro di cura e di categorie come addetti all’assistenza personale (con il 74,0% dei 171.285 nuovi contratti a tempo indeterminato, 171.285 assunzioni) e collaboratori domestici (79,2% a tempo determinato, 114.337 assunti), oltre che, in misura minore, di nicchie artigiane come la sartoria (84,3%, 14.598 assunti). Tra le altre tipologie di lavoro, cala tra i lavoratori extracomunitari la somministrazione interinale (-4%), come del resto il lavoro autonomo (-5,5%). Mentre risulta in leggera crescita rispetto al 2017 (+1,4%) il numero degli imprenditori (379.161).

Niente sembra però scalfire il gap retributivo: nel complesso il salario dei lavoratori extracomunitari risulta ancora inferiore del 35% alla media nazionale (13.992 euro contro  21.693 euro), e tra i lavoratori a tempo indeterminato la forbice ( 16.799 euro, contro 26.048 euro) risulta anche più accentuata che nel lavoro a termine (8.767 euro contro 9.833 euro, -10,8%).

Il gap salariale è anche un sintomo della cosiddetta overqualification, la discrepanza  tra il livello della mansione svolta e il grado di istruzione, come segnalano alcuni indicatori: il 30% degli immigrati in Italia svolge occupazioni classificate come “elementari”, contro l’8% dei lavoratori nati in Italia; solo l’1,2% degli occupati extra UE inoltre ricopre un ruolo di dirigente o quadro, a fronte del 7,8% degli italiani. Una situazione che, indirettamente, sembra riflettersi anche sul grado di soddisfazione intercettato dal report, buono ma nettamente inferiore tra i lavoratori extracomunitari che nel 46% dei casi si dicono “molto soddisfatti” del loro lavoro, contro il 57% degli italiani (tra i laureati la forbice si restringe, 56,3% contro 60,6%)

Un elemento spesso sottovalutato è poi il peso dirompente della demografia. Le giovani generazioni tra gli immigrati contano sempre di più nel mercato del lavoro.

Se i manager stranieri sono ancora pochi, infatti, non deve sorprendere che  l’8,7% di loro abbia meno di 34 anni, una classe di età che raggiunge a malapena il 2,9% tra gli italiani. Tra gli imprenditori la musica non cambia, anzi, suona ancora più chiara: i millennials stranieri che fanno impresa sono il 20,8% del totale, contro l’8,8% dei giovani italiani. Cosa non meno importante, nel 30% dei casi i titolari sono donne, contro una “quota rosa” che tra le italiane si ferma al 20%.

Un quadro che lascia intravedere un futuro in crescita, non privo di conflitti, con un’occupazione concentrata nel comparto dei servizi e nelle grandi aree del Centro-Nord. Una strada tumultuosa e in salita che accanto ai suoi successi lavorativi segna anche il suo prezzo di morti e feriti con un ulteriore aumento degli incidenti registrati sul lavoro: crescono in 12 mesi da 97.000 a 104.000 quelli che vedono coinvolti lavoratori stranieri, pari al 16,3% delle denunce totali. Stessa percentuale anche per i casi (181) in cui  l’incidente si è rivelato mortale.