Andrea Franceschini di Radio Italia Cina: «Prato è un laboratorio e gli studenti cinesi vengono qui per gli stage»

La prima radio online con un team italo-cinese, informazione bilingue. Un esperimento di integrazione riuscito e un canale televisivo sul digitale terrestre in arrivo. Un progetto che guarda al futuro anche se a Prato è già il presente. Una nuova partnership per NuoveRadici.World.

DiFabio Poletti

Mag 20, 2019

Da tre anni a Prato si parla cinese anche in radio. Nella cittadina toscana che è terza solo a Parigi e Londra come numero di cinesi, Radio Italia Cina trasmette 24 ore su 24 online. Molto presto si doterà anche di un canale televisivo sul digitale terrestre. Nel palinsesto della radio, notiziari, servizi di informazione bilingue, musica rigorosamente cinese, articoli sul web sia in italiano che nella lingua di Pechino. Tutto per i quasi 20 mila cinesi di Prato, una città che fa 190 mila abitanti e che registra già 1300 bambini nati in Italia da genitori immigrati dalla Cina. Ideatore e direttore dell’emittente Andrea Franceschini, 38 anni, pratese doc, una laurea in Giurisprudenza nel cassetto — «Troppi avvocati a Prato», giura — e la voglia di fare radio dai tempi dell’oratorio, quando faceva sentire la sua giovanissima voce su Antenna Toscana 1, la radio della parrocchia.

Direttore Andrea Franceschini, ci fa una radiografia di Radio Italia Cina?

«La radio nasce nel 2016 per rispondere a una forte esigenza della città di Prato. Siamo in sei, metà italiani e metà cinesi. Ci finanziamo con la pubblicità».

Come le è venuto in mente di fondare Radio Italia Cina?

«Negli anni si è parlato tanto di problemi con la comunità cinese di Prato. L’accusa più ricorrente è che non si integravano. Si parlava solo dei problemi legati alle condizioni di lavoro. Noi vogliamo parlare di questa comunità in modo positivo. La radio vuole essere un ponte tra Italia e Cina. Essere uno strumento per favorire la comprensione e agevolare l’integrazione. Non si può più far finta di ignorarli né si può dar retta a chi dice rimandiamoli a casa loro. Una cosa questa, che concretamente non è nemmeno possibile».

A Prato c’è una comunità cinese tra le più grandi e importanti d’Europa…

«Da questo punti di vista la nostra città è un laboratorio. All’inizio parlavamo solo della realtà locale. Ora ci stiamo allargando. Abbiamo corrispondenti a Roma e a Milano. Collaboriamo inoltre con l’Università di Firenze. Ci sono studenti cinesi che vengono a fare degli stage da noi. Italiani e cinesi che lavorano insieme. L’integrazione la facciamo anche in redazione».

Occuparsi di stranieri può essere scomodo di questi tempi. Avete avuto qualche problema?

«Prima ancora di iniziare qualche esponente locale di Casapound si era espresso negativamente. Ma poi la cosa è rientrata. Noi non andiamo contro nessuno. Raccontiamo esempi positivi e siamo una radio di servizio. Non ci interessano le sovrastrutture politiche. L’integrazione va fatta nel quotidiano, nelle piccole cose di ogni giorno».

Però mettete solo musica cinese…

«La musica italiana in radio si trova ovunque. Tanto vale caratterizzarsi».

Ci racconta Prato Chinatown?

«Come dicevo è una città laboratorio. Si è sempre parlato di problemi legati alla sicurezza sul lavoro nei laboratori artigianali e nelle piccole fabbriche cinesi. C’è stata anche una campagna della Regione Toscana. Le cose stanno cambiando. Ma sono processi molto lunghi. I cittadini cinesi hanno una cultura del lavoro molto diversa dalla nostra. Non avevano nemmeno la legislazione che abbiamo noi. Anzi non la conoscevano proprio. Non che questo possa essere una giustificazione».

Da cosa si notano i segnali di questo cambiamento?

«Sta cambiando la comunità. I cinesi nati qui sono oramai 1300. Vanno a scuola, si comportano da italiani. Non esiste più solo il lavoro in famiglia. Vanno all’università. In città sono stati aperti ristoranti cinesi anche di alto livello. E poi ci sono negozi e supermercati gestiti da italo cinesi. Da qualche tempo è un italiano anche il segretario del tempio buddista di Prato. Sono tutte realtà che ci conoscono ma alla fine più che con le associazioni preferiamo parlare con i giovani, con la comunità».


Un’ultima domanda: lei parla il cinese?

«Nooo… (ride, n.d.r.). Non ho più l’elasticità mentale per studiarlo. Per me è una lingua impossibile».

Riproduzione riservata

, , ,