L’amore per l’Africa di Stefano Anselmo, il make up artist delle celebrità

Ha curato l'immagine di icone come Mina e Vasco Rossi, studioso di costumi africani, nel 2003 ha tenuto un seminario allo Iulm. Il 2 dicembre Stefano Anselmo parteciperà a "Integrazioni clandestine", serata a base di cibo, musica e bellezza per festeggiare il primo anno di NRW.

DiFabio Poletti

Nov 19, 2019

Dal 1977 è il make up artist di Mina. Ha curato, tra i tanti altri, il look di Anna Oxa, Vasco Rossi, Renato Zero ma pure del soprano Raina Kabaivanska. Ha lavorato nella pubblicità e in vari clip musicali. Stefano Anselmo, 69 anni, di Casale Monferrato, è un’icona del make up. Sarà uno dei protagonisti di Integrazioni clandestine, la serata di lunedì 2 dicembre organizzata da NuoveRadici.World al ristorante Samarkand di Milano. Alla sua Accademia Stefano Anselmo si sono diplomati centinaia di truccatori che lavorano in Europa, America e Asia. I suoi libri sono testi fondamentali per chi vuol diventare make up artist. Il suo modello di insegnamento è stato adottato come riferimento da Regione Lombardia e poi da tutte le altre regioni. È stato anche docente allo Iulm di Costume africano nel corso di approfondimento di Processi di integrazione multietnica: «Dall’Africa abbiamo imparato molto anche in termini di look. Le extension che vanno così di moda sono tipiche dell’Africa».

Stefano Anselmo, com’è diventato make up artist?

«Avevo 17 anni. Su una rivista che si chiamava Voi e che non esiste più lessi un’intervista ad Alberto De Rossi. Era il truccatore di Elizabeth Taylor nel film Cleopatra, l’inventore delle sopracciglia ad ali di gabbiano di Audrey Hepburn. Diceva: “La linea delle sopracciglia ripete al contrario la linea degli zigomi”. Fu una rivelazione scoprire il ruolo così importante di quel ciuffo di peli. Iniziai a guardare alle facce della gente, ai volumi dei visi. Decisi che volevo diventare anch’io un truccatore».

Ha frequentato qualche scuola?

«Due anni di liceo artistico. A Torino lavorai in un’agenzia pubblicitaria, disegnai una tigre senza coda e me ne andai dopo una settimana, non faceva per me. Poi ci trasferimmo a Milano, che allora era come andare a New York. C’era una scuola di estetista. A me interessava pitturare i volti della gente, non la loro pelle. Ma avevo a disposizione le altre allieve e le clienti».

Prime esperienze lavorative?

«Andai a bussare alla Elizabeth Arden. Dissero che non ero credibile perché ero troppo giovane. Avevo 18 anni ne dimostravo 12. Riuscii ad entrare all’Istituto Geneviève in centro a Milano che non esiste più. La proprietaria mi spinse a collaborare con lo Specchio d’oro, una enciclopedia a fascicoli della Fabbri, la prima che si occupasse di bellezza femminile. Ci collaboravano Alberto De Rossi e Gil Cagné».

Da allora non si è più fermato. Ha lavorato con i più grandi artisti musicali e nel mondo della pubblicità. Poi ha deciso di aprire una sua scuola.

«Alla fine degli Anni Settanta insegnavo alla BCM di Milano, che era una scuola di estetiste. Il truccatore non era nemmeno riconosciuto, era considerato come una manicure. Scrissi il mio primo libro di testo. Che è poi diventato il testo adottato ufficialmente da tutte le regioni. Negli anni Novanta feci il salto e aprii l’Accademia Stefano Anselmo, con sede a Milano e seminari organizzati in tutta Italia, che ha diplomato centinaia di truccatori che lavorano oramai in tutto il mondo».

Lei ha una grande passione per l’Africa e i suoi costumi. Ha anche tenuto un seminario universitario allo Iulm. Come nasce questo interesse?

«Da bambino in cameretta anziché la squadra del cuore avevo un manifesto della regina egizia Nefertiti. Mi affascinava il suo look, il suo trucco. E poi un manifesto dell’Empire State Building, simbolo della modernità e della tecnologia. Da ragazzino per un breve periodo abitai a Vercelli. Vidi due africani del Kenya, la prima volta che incontrai degli africani. Fu come aprire una porta aperta su un mondo sconosciuto. Nell’89 mi trasferii a Milano, c’erano già molti africani».

Alla fine la loro cultura estetica è stata anche oggetto di studio. Cosa di cui parlerà lunedì 2 dicembre nell’evento Integrazioni clandestine che abbiamo organizzato al ristorante Samarkand di Milano. Ci può anticipare qualcosa sugli influssi che dall’Africa hanno modificato il look occidentale?

«Sono cose molto più presenti di quanto si immagini. Le extension sono africane. Le sopracciglia rasate a sezioni, che dalla cultura hip hop sono dilagate nella moda, arrivano dall’Etiopia. Così come le treccine piatte. Per non parlare di come si è modificata la percezione sulla dimensione delle labbra negli anni».

Ci spieghi.

«Una volta si cercava con il trucco di ridurre la dimensione delle labbra. Ricordo che di Sophia Loren si diceva “Bellissima donna, peccato che abbia una bocca così grande”. Oggi con il trucco dobbiamo dare molta importanza alle labbra, farne crescere il volume. È una cosa che si impone da quando Naomi Campbell e le altre modelle di origine africana sono diventate un’icona di stile. Un modello che ha fatto tramontare anche l’ideale greco a cui eravamo abituati, quello di busto e gambe di uguale lunghezza. Oggi si impongono gambe lunghe, spalle larghe, vita stretta e natiche forti. Il modello della donna di origini africane da sempre».

Foto: Alfredo Sabbatini

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