Editoriale NuoveRadici.world

Diamo un calcio al rozzismo, termine che indica bene la miscela esplosiva di ignoranza, superficialità e razzismo che da diversi anni si sta diffondendo ovunque, non solo fra gli anonimi leoni della tastiera. A scuola, sui mezzi pubblici, per strada, negli ospedali. Dopo il caso di super Mario che, secondo il capo degli ultras Hellas Verona ed esponente veronese di Forza Nuova (no, il suo nome non lo metto appositamente perché non voglio fargli pubblicità), non sarebbe del tutto italiano, è ora di dare un calcio al rozzismo anche fuori dagli spalti. Soprattutto dopo che persino una figura simbolica della Shoah, Liliana Segre, è stata costretta ad accettare la scorta perché insultata e minacciata.

La reazione del bomber del Brescia contro gli ultras che mimavano il verso delle scimmie ci è piaciuta, certo. E quel calcio ci ha dato una notevole soddisfazione, ma lui è Mario Balotelli.

Non accade solo in serie A. Diversi atlete e atleti, donne e madri di baby calciatori ci hanno raccontato le stesse vessazioni accadute anche in squadre minori, persino in quelle rionali. Talvolta cercano di reagire con nonchalance, rispondendo ai cori razzisti con i loro traguardi.

Abbiamo avviato il progetto di NRW proprio per dare una risposta ai populismi, alla demonizzazione degli stranieri, migranti e nuovi italiani perché pensavamo che le numerose storie edificanti delle nuove generazioni di italiani, sempre più competitivi e portatori di innovazione e trasformazione culturale, potessero creare un antidoto alla frattura sociale e favorire la coesione sociale.

Ma per combattere il furore del rozzismo, ci vuole uno scarto. Non basta chiedere tolleranza zero negli stadi. Bisogna fare i conti con i cambiamenti avvenuti in tutta Europa, senza affidarsi solamente alle prediche ai convertiti.

Si deve uscire dai salotti dove si condanna il razzismo, senza restare arroccati all’interno del proprio ristretto cerchio di sinceri democratici. Insomma bisogna sporcarsi le mani e dialogare con gli odiatori per cambiare oltre che la narrazione, anche la percezione. Altrimenti continueremo a vivere divisi fra chi accetta la complessità e chi resta nel baratro culturale della semplificazione e dell’astio verso la diversità.

Non è più accettabile che ogni giorno si creino eventi metropolitani che parlano del futuro senza guardare al presente: fiumi di parole su smart city, innovazione, sostenibilità. Bello, bellissimo, applausi. Ma ospitare le Olimpiadi, dire quanto siamo bravi buoni e belli e mega moderni non basta.

Recuperiamo lo sport, espellendo il razzismo. Quindi basta minimizzare. Se partono i cori offensivi contro i calciatori con la pelle scura, si interrompe la partita. Ma sporchiamoci le mani e recuperiamo il Paese, anche quello con cui non vogliamo fare i conti. E forse così potremo dare un calcio al rozzismo, anche fuori dagli stadi. 

Giù le mani dalle donne. Artiste di ogni nazionalità contro la violenza. Ci vediamo a Venezia?

Comincia oggi a Palazzo Zenobio di Venezia la mostra Art against violence Vitaru con opere d’arte di artiste e di vittime di violenza. Organizzata dall’associazione Vitaru, nell’ambito dell’esposizione “Lo stato dell’arte ai tempi della 58′ Biennale di Venezia”, curata dal critico d’arte Giorgio Grasso. Il 16 novembre verranno presentate le opere e si terrà un workshop con artisti, avvocati, psicologi. Un evento interculturale pieno di suggestioni. NRW sarà media partner. Di Margherita De Gasperis.

Balotelli, i cori del Verona e quel calcio che la giustizia sportiva dovrebbe dare ai razzisti

Domenica il bomber del Brescia ha tirato il pallone nella curva dei tifosi avversari, dopo aver subito una serie di insulti a sfondo razziale. Se avesse dato un calcio direttamente agli ultras avremmo avuto ben poco da rimproverargli, riflette il nostro polemista misterioso, Sindbad il Marinaio.

Gli affamati e i sazi

Molti romanzi sul futuro distopico riguardano i migranti. Il long read di questa settimana è tratto da Gli affamati e i sazi (Bompiani, 2019), il nuovo libro dell’autore di Lui è tornato, Timur Vernes. Sul confine orientale i migranti sono soliti chiamare il passaggio in Europa il “game”, ma come sarebbe se fosse tutto un reality show? A cura di Fabio Poletti

Julio José Tapia Montanez: «Fondo start up 4.0, ma il mio modello è Adriano Olivetti

Nato in Perù e in attesa di cittadinanza italiana, studente di Economia, ha fondato una start up che mira a fare incontrare università e impresa. E si ispira all’ imprenditore piemontese che gli ricorda il nonno peruviano. Di Marco Lussemburgo.