30 aprile 2020. Primo maggio, ci vuole coraggio (se si vuole risolvere l’annosa questione dei migranti invisibili)

Primo maggio, ci vuole coraggio per risolvere l’annosa questione della regolarizzazione dei migranti invisibili. Domani la festa dei lavoratori si celebrerà ancora in quarantena, anche se saremo tutti con la testa rivolta alla riapertura parziale del 4 maggio che ha innescato confusione e furiose polemiche, di cui molte strumentali ça va sans dire. Volevo scrivervi…

Editoriale NuoveRadici.world

Primo maggio, ci vuole coraggio per risolvere l’annosa questione della regolarizzazione dei migranti invisibili. Domani la festa dei lavoratori si celebrerà ancora in quarantena, anche se saremo tutti con la testa rivolta alla riapertura parziale del 4 maggio che ha innescato confusione e furiose polemiche, di cui molte strumentali ça va sans dire. Volevo scrivervi le mie riflessioni su cosa ci aspettiamo accada o meglio non accada nella fase 2 dalla prospettiva di Nuove Radici. E cioè come non dimenticare che siamo stati tutti sulla stessa barca e come continuare a fare una narrazione che favorisca la coesione sociale. E come valorizzare la maggiore digitalizzazione che ha permesso di avviare anche progetti creativi e circuiti più virtuosi.

E invece, incalzata dall’attualità, vi parlerò del dibattito in merito alla regolarizzazione degli stranieri senza permesso di soggiorno o di quelli che rischiano di perderlo.

Il Cir, Consiglio italiano per i rifugiati, spiega in un documento cosa si dovrebbe fare per varare un provvedimento che tenga conto sia delle necessità economiche sia dei diritti umani dei migranti. Con una premessa: “In questa fase di emergenza causata dalla pandemia Covid-19 stanno emergendo le gravi contraddizioni delle politiche migratorie italiane, in particolare per ciò che riguarda i diritti dei migranti irregolari presenti nel nostro Paese, molti dei quali indispensabili alle nostre filiere produttive agro-alimentari. Ma non solo. Non vanno dimenticati anche quanti lavorano nella cura della persona, ad esempio, o come badanti e baby sitter, nell’edilizia, nella logistica e nella ristorazione”. Come? Qui trovate le raccomandazioni del Cir inviate al Governo per ampliare le categorie di coloro che possono accedere alla regolarizzazione, includendo tutti i settori lavorativi. E non limitarsi alle richieste degli imprenditori della filiera agro-alimentare.

Per questo motivo, sebbene la nostra testata sia focalizzata sulla rappresentazione mediatica e politica delle nuove generazioni di italiani, abbiamo avviato una riflessione con esperti e addetti ai lavori. Oggi abbiamo pubblicato il testo del sociologo e scrittore Leonardo Palmisano, autore con Yvan Sagnet di Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento, in cui sottolinea la conditio sine qua non senza la quale il provvedimento servirà a poco anche per i lavoratori agricoli perché la regolarizzazione deve consentire ai braccianti stranieri di uscire dalle baraccopoli.

Morale: se si regolarizzano i braccianti lasciandoli nei ghetti, qualsiasi provvedimento non risolverà il problema del caporalato. E allora verranno confermate le mie riserve su una regolarizzazione che rischia di essere approvata solo seguendo una logica emergenziale. Ecco perché il primo maggio 2020, condizionato dalla reclusione e dalla paura del futuro per la paralisi del mercato, deve essere anche uno stimolo ad avere più coraggio e prospettiva per risolvere l’annosa questione della regolarizzazione dei migranti invisibili.

Il dibattito (che ci vuole) sulla regolarizzazione dei migranti invisibili. Una proposta da articolare

Il dibattito innescato dall’editoriale del direttore di NRW continua. Dopo Mario Giro, interviene il sociologo Leonardo Palmisano, autore con Yvan Sagnet di Ghetto Italia. I braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento. Di Leonardo Palmisano.

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NRW ha deciso di chiedere ai propri lettori di sostenere la comunità di Sant’Egidio e il suo lavoro di coesione sociale nel pieno dell’emergenza. Vi raccontiamo quindi cosa stanno facendo i nuovi italiani, che a Milano scelgono di restituire ciò che hanno ricevuto. Di Cristina Piotti.

Nel nome della madre. Storia di una famiglia di medici italosiriani nella pandemia

Storytelling di NRW. Rafi El Mazloum ha 35 anni ed è un medico legale, ma dopo la scomparsa della madre a causa del Covid-19, ha raccolto la sua eredità.